venerdì 15 giugno 2018

ASHTANGA YOGA NON È YOGA (seconda parte)





 Più o meno un anno fa scrissi un post dal titolo "Ashtanga Yoga non è Yoga" che sollevò moltissime polemiche. Alcuni praticanti di Ashtanga (pochissimi a dir la verità) arrivarono ad insultarmi pubblicamente e privatamente. Molti altri espressero il loro disappunto affermando che le mie teorie dipendevano dalla mia ignoranza in materia.
Il rumore sollevato dall'articolo mi sorprese assai. In realtà nel testo affermavo semplicemente che nelle tradizione indiana esistono due discipline diverse che usano una terminologia e delle posizioni simili, ma hanno finalità diverse: lo Hathayoga di Goraksha e la Vyayama Vidya (detta anche Yogya talvolta).

Lo Hathayoga è (sarebbe) una pratica alchemica che usa lo strumento del samadhi e del samyama per ottenere una serie di realizzazioni "parziali" (siddhi e riddhi) ed una realizzazione finale definita Moksha o Sahaja, e si basa sulla pratica (sadhana) di asana, pranasamyama, yantra, mudra, mantra, puja,mananam e nididhianasana.

La Vyayama Vidya (definita Yoga Kurunta quando si occupa della riabilitazione)  è invece una pratica indirizzata alla salute e alla bellezza del corpo e si fonda su una serie di posture e sequenze simili per finalità ed esecuzione alla ottocentesca ginnastica callistenica di Ling.

Nell'articolo affermavo che Iyengar e Patthabhi Jois erano dei grandissimi Maestri di ginnastica, specificando che per me (che dalla ginnastica provengo e che per  anni mi sono guadagnato il pane esibendomi come acrobata di strada) definire qualcuno un grande Maestro di Ginnastica era un  bellissimo complimento.

I molti commenti (migliaia!) che ricevetti dopo la pubblicazione di "Ashtanga Yoga non è Yoga", mi fecero pensare parecchio. 
Mi sembrò di capire:
1) che molti praticanti di yoga contemporaneo, in barba agli insegnamenti sulla non dualità, credono che praticare Yoga sia più cool che fare Fitness o Ginnastica Callistenica,con il risultato di sminuire l'importanza della cultura del corpo occidentale.
2) che, nonostante non si faccia altro che ripetere "Yoga è Unione", alcuni tendono a creare contrapposizione tra scuole e stili di insegnamento diversi, con il risultato di creare delle "parrocchie" di cui difendere ad oltranza  i confini.

In questi mesi ho continuato le mie ricerche (vedi https://www.amazon.it/LO-SWAMI-PALLIDO-Gesuiti-inventarono/dp/1976963486) ed ho trovato conferme evidenti alle mie teorie. 
Credo di aver scoperto delle cose interessanti,come ad esempio l'importanza dei gesuiti nella diffusione delle discipline psicofisiche orientali in occidente, e la grandezza dello svedese Ling, l'inventore della ginnastica svedese, che insieme a Dalcroxe ha rivoluzionato completamente il concetto del lavoro sul corpo, influenzando, positivamente, sia gli atleti e i danzatori occidentali, che maestri indiani come Krishnamacharya.

Ecco di seguito un estratto delle mie ricerche. Spero che venga letto con spirito libero, al di là di ogni tentazione polemica. La conclusione che ne ho tratto io è che lo Yoga moderno sia il frutto delle esperienze di donne e uomini appartenenti ad ambiti culturali affatto diversi, ma uniti dal desiderio di migliorare la qualità della vita dell'essere umano. Lo Yoga è Unione,  come si diceva un tempo.i
Un sorriso,
P.


LE ORIGINI OCCIDENTALI DELLO YOGA MODERNO


Se il primo studio scientifico dello Yoga è opera di François Bernier (25 settembre 1620 – 22 settembre 1688), medico personale del principe Mughal Dara Shikoh, possiamo affermare che i padri, inconsapevoli e misconosciuti, del moderno Yoga “Fisico” (lo Ashtanga Yoga, Iyengar Yoga, Power Yoga ecc.) furono due gesuiti francesi, missionari in Cina, Joseph-Marie Amiot e Pierre Martial Cibot.

Joseph-Marie Amiot (Toulon, 8 febbraio 1718 — Pechino, 8 ottobre 1793), entrato nella Compagnia di Gesù nel 1737, fu inviato a Pechino nel 1750, periodo delle persecuzioni cristiane, dove, per la sua cultura e il suo talento di musicista, entrò nelle grazie di Qianlong, quarto imperatore della dinastia Ming. Corrispondente della Académie des Sciences traduttore ufficiale dell’imperatore, e leader spirituale della Missione francese di Pechino, introdusse in Occidente, per primo, la musica, l’arte e la medicina cinese, con un attenzione particolare per la pratica e la teoria dell’agopuntura. 

Pierre Martial Cibot (Limoges, 15 agosto 1727 – Pechino, 1780), botanico con la passione della meccanica, entrato nella Compagnia di Gesù nel 1743 arrivò a Pechino nel 1760 e si stabilì alla corte di Qianlong, per il quale costruì degli orologi meccanici e ideò una serie di giardini all’occidentale.Amiot e Cibot furono autori di una quantità incredibile di libri sul taoismo, la lingua cinese, l’Astronomia, la Botanica...Insieme scrissero “” Mémoires concernant l'histoire, les sciences, les arts, les mœurs, les usages des Chinois”, un’opera in quindici volumi che venne pubblicata in Francia,  integralmente solo nel 1790, dieci anni dopo la morte di Cibot. In un’Europa completamente affascinata dall’Esotismo – o Orientalismo, il movimento culturale di cui furono esponenti, tra gli altri,artisti come Eugène Delacroix, Jean Auguste Dominique Ingres, Jean-Léon Gérôme – “Memoires…”ebbe un successo clamoroso. Il trattato di Cibot sulla ginnastica medica cinese, quella che oggi viene definita Qi Gong o Yoga taoista,Notice du Cong-fou des Bonzes Tao-see”, corredato dai disegni realizzati dall’autore, attirò l’attenzione di medici e militari. Per la prima volta in occidente il rapporto tra postura del corpo e salute veniva esposto in un trattato scientifico, aprendo la via alle future discipline psico-somatiche (o meglio sarebbe dire somato-psichiche).
Nel suo compendio il gesuita francese oltre a stupirsi della quantità di posizioni e della conoscenza anatomica di cui facevano mostra i gymnosophistes cinesi, suggeriva delle analogie tra le loro concezioni e l’alchimia occidentale e accennava ad una, per noi occidentali misteriosa, Energia interna la cui libera circolazione nel corpo umano avrebbe il potere di rafforzare il corpo, allungare la vita e allontanare le malattie. 
Gli studi di Cibot entusiasmarono lo svedese Henrik Ling (1776 – 1839), il fondatore della moderna ginnastica. Ling prese le descrizioni degli esercizi e le illustrazioni di “Notice du Cong-fou des Bonzes Tao-see”, le adattò al gusto occidentale e ne trasse un metodo personale.
Né Ling né i suoi allievi negarono mai le origini chinoises del suo metodo. Scriveva nel 1857 N. Dally (un allievo della scuola di Ling):

"L’intera dottrina di Ling, teorica e pratica, è solo una sorta di immagine fotografica del Cong-fou taoista."
Ling stesso descrisse le sue tecniche, oggi definite “calistheniques” come
"Uno splendido vaso cinese ricoperto da una vernice europea."

Ling non andò mai in Cina, né risulta che sia mai entrato in contatto con monaci o medici taoisti.
Il Cong Fou a cui attribuiva la paternità del suo metodo era dichiaratamente quello di Padre Cibot, ovvero l’interpretazione che un gesuita francese, forse alla luce degli esercizi spirituali di Ignazio de Loyola, aveva dato di una tradizionale tecnica psicofisica orientale. Per trentacinque anni Ling, insegnò quattro tipi di ginnastica: educazione fisica, esercitazione militare, medica, ed estetica, nel suo “Istituto Bernadotte” a Stoccolma. Fin quando Ling restò in vita, la sua “Ginnastica medica” finalizzata sia a miglioramento della salute generale che alla cura delle malattie, si fondò sui concetti di alchimia interiore che aveva tratto dal lavoro dei gesuiti francesi.

Alla sua morte i concetti di soffio vitale e di energia interna scomparvero e la “ginnastica svedese” si trasformò in un mero esercizio fisico. Comunque sia le tecniche terapeutiche di Ling, con l’utilizzo di corde, cinghie, spalliere e sostegni di vario tipo per gli esercizi, furono la base del moderno sistema di educazione fisica e ginnastica medica.I suoi esercizi di torsione, flessione, piegamento, cominciarono in breve ad essere eseguiti in tutte le palestre e le scuole militari del mondo, e fu proprio grazie ai militari che il Cong Fou di Cibot, condito in salsa occidentale da Ling, fece ritorno in Oriente. 





Alla fine del XIX secolo alcune società segrete nazionaliste cinesi si riunirono nel movimento xenofobo e anticristiano dei “Boxeur”. I Boxeur si addestravano all’uso delle armi antiche (ormai in disuso nell’esercito cinese) e praticavano tecniche psicofisiche che avrebbero dovuto renderli immuni alle pallotto
le.Dopo aver distrutto alcune missioni cristiane, nel giugno del 1900 migliaia di Boxeurs presero d’assalto il “Palazzo delle Legazioni Straniere” di Pechino difeso da 500 soldati americani, francesi, italiani, russi e tedeschi. 

Nella foto quattro alpini difendono un ponte durante la rivolta dei Boxeurs
Quando, dopo 55 giorni, una forza multinazionale di 16.000 uomini giunse nella Città Imperiale, dando inizio ad una sanguinosa repressione, i rivoltosi erano ormai stanchi e demoralizzati: i militari occidentali si erano mostrati decisamente più abili strategicamente e meglio preparati fisicamente, mandando in frantumi le leggende sull’imbattibilità dei praticanti di Cong Fou.

La manifesta superiorità mostrata dai Marines americani, dai Bersaglieri (e Alpini) italiani e dai legionari francesi nel combattimento corpo a corpo durante la “Rivolta dei Boxeur” convinse il governo imperiale a modernizzare l’addestramento militare inserendo tecniche di allenamento ispirate alla ginnastica militare occidentale. Dopo la rivoluzione il ministero della salute di Mao studiò e attuò un programma di educazione fisica in cui si cercava di coniugare le tradizionali tecniche psicofisiche taoiste con le moderne concezioni occidentali.
Il lavoro di Cibot, filtrato dall’esperienza di Ling tornava quindi “a casa” dando vita al moderno Qi Gong e al moderno Tai Ji Quan.
Nello stesso periodo Krishna Raja Wadiyar IV, Maharaja di Mysore, dette inizio ad una modernizzazione tecnologica e culturale senza eguali nella storia recente dell’India.
Wadiyar IV, molto ben visto dagli occupanti inglesi, era amato sia dagli occidentali (Paul Brunton[1] lo definì il "Re Filosofo") che dagli orientali (Gandhi lo paragonava a Rama).
All’epoca era Gran Maestro della Loggia Massonica di Mysore, e, da massone illuminato aveva il sogno, ambizioso, di dar vita, in terra, alla teoria della Repubblica di Platone.

Eccelso musicista radunò intorno a sé una folla di scienziati filosofi, letterati e artisti di ogni nazionalità, fondò, insieme alla madre il primo Istituto Scientifico Indiano e fece costruire scuole, ospedali e centrali idroelettriche.
Sognava un’India moderna, tecnologicamente e culturalmente sviluppata, in marcia verso il futuro senza tuttavia rinnegare il passato.
Nel 1926  Wadiyar IV andò a Varanasi per celebrare il 60° compleanno di sua madre.
Fu lì che sentì parlare, entusiasticamente, di un giovane maestro di Yoga terapeutico  Tirumalai Krishnamacharya.

Chiese di incontrarlo e fu affascinato dalla sua cultura e dal suo carisma.
Tirumalai, discendente del grande yogin Nathamuni, era un vaishnava ed un vedantino, con grande conoscenza dei sei darshana vedantici (i sei "punti di vista filosofici dei Veda: Vedanta, Yoga, Samkhya, Mimansa, Nyaya, Vaisheshika) e dei poemi epici indiani.
Il Raja lo assunse come insegnante di Yoga, e lì cominciò l'avventura di quello che oggi chiamiamo Yoga moderno.



Con l'idea di promuovere lo Yoga anche tra gli occidentali i due decisero innanzitutto di organizzare una serie di spettacoli in tutta l'India.
Krishnamacharya stupiva il pubblico con posizioni acrobatiche e con performance circensi (sollevava i pesi con i denti, fermava le automobili in corsa con la forza delle braccia ecc. ecc.).

Il successo fu enorme. La Scuola di Krishnamacharya diventò una realtà.
Per sistematizzare il nuovo metodo, Wadiyar propose a Krishnamacaharya di creare un manuale sulla base di due libri, lo Sritattvanidhi e il Vyayama Dipika.


-         Lo Sritattvanidhi è un compendio di Induismo, probabilmente ad uso degli occidentali, scritto dal padre di Wadiyar in cui venivano presentati 122 esercizi dei guerrieri indiani, e venivano descritti, dal punto di vista massonico, una serie di mantra, miti, simboli relativi a Shiva, Vishnu, Brahma, Shakti, e alcuni capitoli sul Tantra.
-          
-  Il Vyayama Dipika, letteralmente “Luce sulla Ginnastica”, era invece un Manuale di Educazione Fisica in cui l’autore, insegnante dell’Accademia di ginnastica di Mysore, “ricopriva di vernice indiana” l’impianto teorico e tecnico di Henrik Ling, esattamente come Ling aveva a suo tempo, “ricoperto di vernice occidentale” il Cong Fou dei gesuiti francesi.
Fu così che nacque il moderno Yoga fisico, tanto praticato, oggi, nel mondo occidentale.
Né Krishnamacharya né i suoi allievi più famosi (il figlio Desikachar, Iyengar, Patthabhi Jois) parlarono mai della derivazione del loro Yoga da Ling, e quindi da Cibot, ma ad un occhio esperto la somiglianza delle loro posture e delle loro tecniche di allenamento (compreso l’uso di corde, anelli e sostegni di vario genere) con quelle della Ginnastica Svedese appare più che evidente.
Per comprendere quanto lo Yoga “Fisico” moderno sia in debito con la Ginnastica Militare, Medica ed Estetica di Ling, bisogna considerare che gli indiani di inizio ‘900 erano affascinati dai costumi occidentali quanto noi, ai nostri giorni siamo attratti da tutto ciò che proviene, o si dice provenga, dall’India, dalla Cina o dal Giappone.
Le ardite coreografie e le pose acrobatiche nelle quali i fotografi del raja immortalavano gli allievi di Krishnamacharya negli anni '30 se confrontate con le immagini delle prime scuole di ginnastica europee e degli acrobati dei Varietà di Parigi, Roma o Berlino dei primi anni del '900, riveleranno immediatamente la loro discendenza occidentale.














Il Moderno Yoga “Fisico“ indiano in fondo non è altro come dicevamo, che “Ginnastica europea ricoperta di vernice indiana”.
Il che non è né un bene né male: è semplicemente un fatto.
Nei secoli gli scambi tra Oriente ed Occidente sono stati molto più intensi e frequenti di quanto si possa immaginare.
L’eventuale delusione, o in alcuni casi la rabbia, che potrebbero provare alcuni praticanti di Yoga gratificati dall’idea di essere portatori di millenarie e misteriose discipline, non ha nessuna ragione di essere.
L’onda lunga dell’Orientalismo, il movimento romantico che dal XIX secolo in poi ha dipinto l’Est del mondo come un raffinato paradiso colmo di bellezza e spiritualità, ci porta ancora oggi ad attribuire a tutto ciò che arriva dall'India, dalla Cina o dal Giappone, soprattutto se etichettato come antico ed originale, una superiorità estetica e, diremmo, etica.
Ci vuol poco, forse solo un minimo di logico, per comprendere che si tratta di un pregiudizio culturale.
Se è vero che lo Yoga è Uno, ed Uno è l’Essere Umano,è anche vero che bisogna imparare a discriminare, ovvero a mettere in risalto le reali differenze.
Solo chi è conscio della propria diversità  può veramente condividere le proprie esperienze e aprirsi al confronto. 
Chiudersi all'interno dei muri di sogno di una qualche accademia, scuola o linea di insegnamento serve solo a renderci rigidi e intolleranti. 
Lo Yoga "vero" è Libertà.





























[1] Paul Brunton (1898 – 1981) scrittore, orientalista e filosofo, ha dedicato gran parte della sua non breve vita a cercare di costruire ponti fra Oriente e Occidente. È stato il primo scrittore occidentale a scrivere di Ramana Maharshi, il grande mistico dell’India del Sud, in un’epoca in cui questi non era ancora noto al grande pubblico nemmeno nel suo paese. 





sabato 26 maggio 2018

I "PUNTI DI FATICA" - LA PRATICA DELL'EVACUAZIONE NELLO YOGA TANTRICO


Nella pratica della Trasformazione delle Energie Negative bisogna tener presente che se uno è intriso di rabbia e odio difficilmente la riconoscerà in sé stesso.
L'acqua del mare non sa di essere acqua di mare.
Proverà però sempre attrazione per la terra (le onde corrono a frantumarsi sugli scogli appena possono...) e da questo potrà indovinare la propria natura.

Spesso, come per magia, le persone che ci stanno d'intorno sembrano diventare parti di noi. Si comportano come abbiamo imparato a comportarci nell'infanzia o, magari in vite precedenti(?), con gli stessi vizi, debolezze e modalità espressive.
Naturalmente siamo noi che le vediamo cosi, non sono loro ad esserlo.
È il fenomeno della proiezione, un fenomeno la cui conoscenza è fondamentale nel Tantra. È dalla consapevolezza della “Proiezione” che nasce la pratica dell’Evacuazione

L’evacuazione è una delle cinque azioni fondamentali dell'essere umano.
Ci sono cinque azioni, collegate ai cinque vayu, ai cinque elementi ecc. ecc.
La prima legata allo spazio, e l'azione dell'ESPRIMERE.
La seconda e l'azione dell'AFFERRARE.
La terza l'azione del MUOVERSI.
La quarta l'azione del GENERARE.
La quinta l'azione dell'EVACUARE.

Ogni azione, gesto dell'essere umano e il frutto del combinarsi delle cinque azioni fondamentali.
Se io mangio significa che dentro di me è nata la necessita del cibo.
Con pensieri, parole o gesti ESPRIMO, a me stesso e agli altri, l'idea/necessita del cibarmi.
Cerco quindi di AFFERRARE quell'idea o fisicamente di AFFERRARE qualcosa che soddisfi il desiderio del cibo.
Mi MUOVO quindi o verso il cibo o per portare il cibo alla bocca.
GENERO energia positiva (che mi dà vita) traendo sostanze nutrienti dal cibo e GENERO sensazioni positive derivanti dall'aver soddisfatto un desiderio.
EVACUO le sostanze inutili o negativi che l'azione ha prodotto.

Che succede se dopo aver mangiato non evacuo, per scelta, necessita o malattia, sotto forma di feci e di urina (ma anche sudore ecc.) le sostanze negative?
Il corpo si carica di energia compressa, la pancia si gonfia, chiudo i muscoli dell'ano e tiro su lo sfintere e i muscoli legati alla vescica.

La non evacuazione è assimilabile alla compressione.
Ora facciamo finta che le IMPRESSIONI di certe esperienze, ovvero ciò che rimane delle esperienze e delle emozioni che hanno portato a tali esperienze e/o sono state prodotte da tali esperienze, siano CIBO.

Le impressioni positive saranno come la pappa buona, alimenteranno il corpo (CORPO/PAROLA/MENTE) facendo crescere i muscoli, rendendo la pelle luminosa e dando un senso di soddisfazione.

Le impressioni negative saranno come le tossine che non riusciamo a smaltire.
Il senso di gonfiore che si ha se non si riesce a defecare o a eliminare il gas in eccesso dopo aver mangiando dei fagioli cotti con l'osso di prosciutto, in qualche modo è simile al senso di fastidio che si sperimenta nel non evacuare le impressioni negative.
Gas.
Cosa succede se si immagazzina sempre più gas in un deposito a tenuta stagna?
Diminuisce il volume a disposizione delle molecole.
Aumenta la velocita delle particelle.
Aumenta la pressione.
L'unica possibilità per evitare l'esplosione e quella di alleggerire la pressione facendo uscire il gas da valvole di sicurezza.

Ognuno di noi ha delle valvole di sicurezza.
Le tensioni muscolari che osserviamo in noi e negli altri si accompagnano sempre a delle ipotonie. Il corpo, espressione dell'intero essere umano, trova sempre un suo equilibrio.
Una tensione nella zona del petto nelle donne si accompagna spesso ad un restringimento della vita, ad esempio. Le energie non circolano e glutei e cosce perdono tono muscolare. Le impressioni negative, in quel caso, probabilmente si stanno esprimendo nella zona del cuore.
C'è un accumulo di "GAS".
Il corpo, saggio quanto la mente è scioccamente furba, per evitare di "esplodere" toglie tensione alla zona bassa, così da rendere possibile una parziale evacuazione.
Se si considera il corpo come strumento di conoscenza e strumento del sādhana questo equilibrio, necessario e pure positivo per la vita quotidiana, diviene però un ostacolo.
E allora si deve procedere all'Evacuazione.
Nel Tantra ci sono varie di tecniche di evacuazione nelle quali, grazie ai mantra, all'iperventilazione, all'ipossia, al movimento spontaneo, si mette la mente in una condizione di non-controllo del corpo.
È come quando, dopo aver mangiato fagioli e cotenne, si prende la purga.
Non si controlla più lo sfintere. Si deve correre al bagno in continuazione.
La razionalità, la volontà di controllare in questi casi è perniciosa, diviene un qualcosa che blocca i naturali processi del corpo.

L'evacuazione dà sempre sollievo, perché si eliminano delle impressioni/tossine che si attaccano per così dire all'anima (in termini vedantici si direbbe che si fissano a
Vijnanamayakosha) e, come il granello di sabbia crea la perla, creano dei nodi sempre più complessi.
Se il nodo si scioglie si prova benessere, ma se l'energia accumulata è troppa si ha paura di scioglierlo.
L'evacuazione può essere:
-         Fisica (movimenti inconsulti, vibrazioni, gesti inimmaginabili in situazioni ordinarie, foruncoli e ascessi in luoghi stravaganti, vomito, diarrea, emorragie).
-         Verbale (grida, risate, pianti, improperi, bestemmie, aggressività discorsiva incontenibile scollegata, talvolta dalla postura del corpo).
-         Mentale (incapacità di controllare i pensieri e il dialogo interiore, immagini che si susseguono senza riuscire a dar loro un qualsivoglia ordine razionale, stati depressivi alternati a stati di eccitazione, sensazione di star per morire o sensazione di illusoria immortalità e onnipotenza ecc.).

Se si lavora sul corpo occorre, prima di procedere a certe pratiche, individuare i propri "punti di fatica".
Sappiamo che il rapporto tra l'IO, inteso come spazio interno, e lo spazio esterno è regolato da 12 nervi principali che, a sei a sei, provengono da due diverse parti del cervello.
Attraverso l'occipite (o cervicale zero), i dodici nervi si introducono all'interno della colonna passando per due fasce spugnose collegate l'una ai movimenti volontari e l'altra a quelli involontari.
Da questi nervi ne "nascono" altri, in pratica due per ciascuna vertebra.
I nervi hanno funzione EFFERENTE (dall'interno all'esterno) ed AFFERENTE (dall'esterno all'interno).
Quando c'è un BLOCCO le informazioni che da una particolare zona del corpo vanno al cervello e viceversa, procedono a velocita ridotta o non procedono affatto.
Le informazioni lungo i nervi, si trasmettono mediante delle reazioni chimiche.
Le reazioni chimiche sono esotermiche o endotermiche.
Significa che o assorbono energia o la producono.
Se le informazioni “non viaggiano” quella particolare zona del corpo smette di CEDERE energia o di ASSORBIRLA, producendo uno squilibrio energetico.
.
In sostanza ci potrà essere una vertebra (o un gruppo di vertebre) che è rigida o, al contrario, troppo mobile.
Il "serpente" (l'insieme colonna vertebrale, nervi, liquido cerebro spinale) non potrà quindi muoversi naturalmente.

Il primo passo sarà quindi scoprire quali sono i propri punti di fatica lungo la colonna
Vertebrale, poi si cercherà di comprendere, usando il linguaggio dei simboli, a quali impressioni e emozioni si collega tale blocco/punto di fatica.
Quindi si procederà all'evacuazione, la fase che in alchimia è detta OPERA AL NERO, o VIAGGIO AGLI INFERI.



Ma come si fa fisicamente, praticamente, a percepire i punti di fatica? 
Si è detto che "l'evacuazione" viene scatenata mediante una serie di tecniche psicofisiche, ma innanzitutto occorre localizzare i punti di fatica.  Per farlo occorre, acquisire una sensibilità del corpo non ordinaria. 

Per acquisire sensibilità intendo la capacità di percepire con precisione le variazioni di temperatura, di pressione ecc. di zone esterne e interne sempre più piccole. 
Diciamo che ad ogni zona del corpo corrisponde una zona del cervello. 
Se immaginiamo i neuroni come lampadine, acquisire la sensibilità significa accendere sempre più lampadine in una certa zona.
Come si fa? Ci sono vari metodi. Uno, il più semplice, è basato sulla mimesi e sulla ripetizione. 
Esempio: io non so che gli alluci possono muoversi separatamente dalle altre dita dei piedi. Non ho cioè la sensibilità degli alluci. Vedo un vecchio pescatore che intreccia le reti con le mani e i piedi e muove gli alluci più o meno come muove i pollici. 

Capisco/realizzo che è possibile quel genere di movimento e sento, nel vedere gli alluci del pescatore che intrecciano le reti, un riflesso, una risonanza nella zona dei piedi. 

 

Sarà una sensazione indistinta perché non avendo il ricordo dell'esperienza di muovere gli alluci, il mio sistema nervoso centrale manderà degli impulsi alla zona che più si avvicina agli alluci.
 




A questo punto comincia l'allenamento ovvero la ripetizione ritmica, spesso, di movimenti sempre più complessi atti a sviluppare la sensibilità dei ditoni e a separarne la percezione da quella delle altre dita e dei piedi.
 
Per esempio posso inspirare sollevando gli alluci e lasciando a terra le altre dita ed espirare rilassando e lasciando "sciogliere a terra" tutte le dita. La volta successiva inspirando solleverò le altre dita e lascerò a terra gli alluci ecc. ecc. 

Poi, magari proseguo alternando il movimento dell'alluce destro e sinistro (quando uno è in alto l'altro è in basso ecc.  Poi potrò legare il movimento degli alluci a quello dei pollici delle mani (per esempio inspirando alzo alluce destro e pollice sinistro ecc.). 

Proseguendo coordinerò il movimento di pollici e alluci allo spostamento in varie direzioni degli occhi, poi aggiungerò la testa e così via fino a compiere movimenti sempre più complessi.  Più è complesso l'esercizio maggiore sarà l'attenzione necessaria. Maggiore è l'attenzione maggiore sarà la sensibilità che sviluppo. 

Un altro metodo è al negativo. Per esempio mi metto davanti un'immagine, il più possibile dettagliata, del corpo umano. Posso cominciare dai muscoli o forse è più facile dalle ossa. Ma forse con una statua funziona meglio, è tridimensionale... 

La studio e ci medito su. Poi comincio a visualizzarla ad occhi chiusi. 

Ogni tanto li riapro e controllo la precisione dei dettagli. Quando riesco a visualizzare (nel senso di disegnare o scolpire nella mente) con una certa precisione il corpo umano passo ad analizzare il mio corpo facendo "aderire l'immagine visualizzata il più possibile al mio corpo fisico. Mi metto in una posizione comoda (in piedi, seduto, sdraiato sulla schiena o sdraiato su un fianco) e parto ad esempio dal piede sinistro per analizzare progressivamente tutto il corpo. 

Quando sento difficoltà a visualizzare/sentire/immaginare una determinata zona del corpo REALIZZO CHE LA' C'E' UN BLOCCO O UNA DESENSIBILIZZAZIONE. 

Il portare l'attenzione sulla zona che ci crea difficoltà può provocare disagio, nausea o uno stato di irritazione.
 
Ripetendo l'esercizio più e più volte cercherò di "sentire" in quale zona della schiena si trasmette o risuona il senso di disagio. Posso avvertire una leggera scarica elettrica, un dolore, un senso di pressione o di calore o di freddo. A quel punto intervengo con la manipolazione, ad esempio, o con la "suggestione".  Posso immaginare di respirare dalla zona insensibile o immaginare che si sciolga come cera al sole, o immaginare che la luce o l'energia universale o qualsiasi cosa colpisca il mio immaginario entri ed esca da quella zona del corpo, o ancora posso chiedere a qualcuno di appoggiarvi una mano e di coordinare la sua respirazione alla mia. 

Dopo un po' inspirando mi sembrerà che la mano dell'altro emani calore, energia o una specie di fluido. Visualizzando il passaggio del fluido dal suo corpo al mio farò scorrere in qualche modo, l'energia bloccata.  

Per meglio dire costringerò il sistema nervoso centrale a prendere coscienza dell'esistenza della zona che, per necessità o abitudine, ha ignorato per due, dieci venti anni. 

giovedì 17 maggio 2018

TARKA E VICĀRA: MEDITAZIONE SU “TU SEI QUELLO”



Ormai gli incontri del lunedì sera su Patañjali a Madreterra (via Palestro 15, a Padova) sono diventati un appuntamento fisso. Trovo assai interessante il fatto che un gruppo, sempre più numeroso di persone, dopo una giornata di studio e di lavoro anziché passare la serata in un bar o sparapanzarsi davanti alla televisione, si riunisca per parlare di un filosofo morto più di duemila anni fa.Tra l'altro, fino ad ora, nessuno ha avuto degli attacchi di narcolessia. Molto interessante.Il prossimo lunedì parleremo della Logica vedanta e del samadhi savicāra, quello che segue è un estratto delle schede tecniche che distribuiremo.Om Adesh!




La meditazione su Tat Tvam Asi è tecnica operativa. Vediamo in che consiste tale tecniche operativa. Ripetere per centinaia o migliaia di volte Tat tvam asi o Tu sei quello, forse produrrà qualche effetto, ma a leggere i testi della tradizione advaita (vedantasara, vivekacudamani ecc.) viene da pensare che si tratti di qualcosa di più della ripetizione di un mantra. Potrà forse essere utile, se non altro per una conoscenza eruditiva, tentare una breve spiegazione dei termini e dei concetti usati nella meditazione sul Tat Tvam Asi. Cominciamo con il ricordare che i mahavakya, o “grandi sentenze”, sono quattro:

Aham Brahmasmi (Io sono il brahman) -
Tat Tvam Asi (tu sei quello) -
Ayam atma brahma (L'Atman è il Brahman) -
Prajnanam Brahma (la Coscienza-conoscenza è il Brahman).

II mahavakya sono sentenze tratte dai Veda e/o dalle Upanishad. 
Non sono le uniche sentenze, vi sono anche, per esempio, Sarvam hi etat brahma (sicuramente tutto questo è il Brahman), Sarvam Khalvidam brahma (l'universo è il Brahman), So'ham (Io sono Lui o Io sono questo), ma i quattro mahavakya (letteralmente grande -sentenza) sembrano assumere particolare importanza,

Ogni sentenza è suddivisa in tre parti (पदार्थ padārtha, che significa sostanza, oggetto del pensiero) ed innanzitutto il praticante dovrà investigare (विचार vicāra, letteralmente idea, pensiero, disputa) su ciascuna di esse.

La prima parte è detta Tvam padartha e riguarda l'elemento soggettivo, non universale del mahavakya. La riflessione su di essa sarà quindi Tvam padartha विचार vicāra.

La seconda parte è detta Tat padartha e riguarda l'elemento oggettivo, universale.

La terza parte è detta Aikya (ऐक्य ) padartha ed è l'elemento che lega, unisce, mette in identità universale ed individuale (Copula). 

L'investigazione, che parte dall'esame (विचार vicāra) dei singoli elementi della sentenza avrà come fine in primo luogo, la conoscenza, e se cerchiamo nei testi della tradizione advaita, una definizione di conoscenza scopriamo che 

LA CONOSCENZA È UNA “ATTIVITÀ COMPORTANTE LA TRASFORMAZIONE” (Śaṅkara – Upadeśasāhasrī; - ed. Aśram Vidyā – parte prima, capitolo II sutra 77). 

Naturalmente occorre distinguere tra conoscenza relativa e conoscenza assoluta, ad intendere due diversi livelli coscienziali. 
In altre parole il Tvam sarà un qualcosa legato all'individualità (il jiva individuato per esempio) mentre il Tat sarà un qualcosa di legato all'università (il vero Sé o Atman e "quindi" il brahman) e questo sarà compreso dalla mente di ogni aspirante, sarà conoscenza relativa. 

Conoscenza assoluta sarà invece, il "realizzare" ovvero lo stabilizzare l'identità tra Tat e Tvam. 

Tvam/Tu (ad esempio) è il jiva e le sue sovrapposizioni (ovvero ciò che impedisce di percepire che la propria natura è quella del Brahman).

Possiamo individuarlo nelle cinque guaine corporee, ma a seconda dei livelli coscienziali tale consapevolezza muta.

Risolte le guaine mediante la pratica dei samadhi si realizza che il Tvam/Tu coincide con l'Atman e con Īśvara. 

Tat/Quello (ad esempio) è il parajiva oppure Īśvara, ma Īśvara è la determinazione prima, è, il corpo causale universale, continuando l'indagine si arriverà a Turiya, il “Quarto” e magari a riconoscere livelli (per così dire) successivi a Turiya. 
La conoscenza quindi, come dice Śaṅkarācārya è attività comportante la trasformazione e la trasformazione (della mente) muta la comprensione della sentenza in esame, il mahavakya fino a giungere alla conoscenza assoluta o identità con il Brahman. La percezione dipende il punto di vista del percipiente, così come la conoscenza dipende dal punto di vista di colui che conosce.
Per indagare realmente il Tat Tvam Asi è necessaria la presenza di un istruttore. La riflessione non può nascere se non tramite il dialogo tra maestro e discepolo o tra istruttore e aspirante, perché se è vero che il dialogo avviene tramite parole, si tratta di parole che si rivolgono direttamente alla coscienza dell'allievo o del discepolo, occorre cioè, considerare la parola del maestro nell'ambito di un dialogo d'istruzione, come sovrapposizione di un “suono-radice”. In realtà, viene detto, non è l'istruttore che parla, ma la tradizioneNel senso che l'insegnamento tradizionale (in questo caso l'insegnamento del lignaggio Patanjali/Gaudapada/Govinda/Śaṅkara) sa rivolgersi direttamente alla coscienza del discepolo. 
Ciò non toglie che non sia anche acquisito, ad un altro livello, in un altro modo e con altri "effetti", dalla mente empirica. 
Facciamo un esempio:
TAT TVAM ASI, Tu sei Quello, ha, chiaramente un significato esplicito ed uno implicito. Per permettere di cogliere implicazioni di un'affermazione, l'advaita vedanta offre degli strumenti ben definiti, una tecnica ben definita che si può definire "logica (tarka) vedanta”. 
Nella logica vedanta vi sono tre (chiamiamole così) tecniche interpretative, in grado di rivelare le implicazioni ovvero i significati impliciti o nascosti: 

1) jahal (jahati) laksanā 
2) ajahal (ajahati)  laksanā 
3) jahad ajahal (bhāga) laksanā. 

Jahal laksanā.(cfr- Sadananda-vedāntasara ed. Aśram Vidyā) è definita implicazione rimuovente

Tizio dice a Caio: la città di Livorno è sul mare.
Ovvio che il senso letterale di questa frase sarà “rimosso” dal senso implicito. 
Difficile credere che Livorno sia costruita direttamente sulle acque. 
Si presume che siano implicite le parole costruita sulla riva (del mare). 
Ascoltando quindi la frase La città di Livorno è sul mare il senso esplicito, diretto sarà “rimosso” e sostituito dal significato indiretto o implicito. Un significato che, sebbene non espresso, sarà indiscutibile. 

Ajahal- laksanā è definita implicazione non rimuovente. 
Questo si ha quando il significato letterale è, senza il significato implicito, incompleto e/o totalmente incomprensibile. 

Facciamo qui il medesimo esempio citato da Sadananda nel Vedāntasara: 

Il rosso corre più veloce degli altri. 
nel caso del Tizio avremo TU = tvam padhartha e QUEL TIZIO CHE...= Tat padhartha.

Rosso è una qualità. Ovvio che ci si sta riferendo ad un cavallo rosso, o ad un corridore rosso per capelli o abiti.

Bhāga-laksanā è definita implicazione rimuovente-non rimuovente. 
Se si osserva la frase: Tu sei quel tizio che 5 anni fa si allenava nel parco con la spada cineseTu sei quel Tizio significa che chi sta parlando riconosce in te, ora, lo stesso Tizio di cinque anni fa. 

La frase in sé sarebbe contraddittoria in quanto in apparenza Tu/Tizio e Quel Tizio sono due oggetti (di conoscenza) diversi, ma il significato implicito rimuove la contraddizione, rivelando che non c’è differenza tra il Tizio di 5 anni fa ed il Tizio di oggi. Chi parla riconosce in Te lo stesso Tizio al di là dell’indicazione temporale e magari dei diversi vestiti che indossi e del diverso taglio di capelli. Si tratta di un riconoscimento. 

Sappiamo che Tu ha a che vedere con il piano di identificazione soggettivo e Quello con l’universalità. 
Tu ad esempio, è il Jiva e Quello è l’Atman. 
Tu è immediato (Tu sei ineluttabilmente Tu) mentre Quello è non immediato. 

Se applichiamo lo stesso procedimento della frase “Tu sei quel Tizio che cinque anni fa si allenava nel parco con la spada cinese”, si avrà la rimozione delle apparenti contraddizioni. Tu e il tizio di cinque anni fa siete apparentemente diversi, ma, eliminando le sovrapposizioni, ovvero la diversità di tempo (oggi e cinque anni fa), luogo (qui e nel parco) non rimane altro che Tizio. Allo stesso modo il TU acqua, per fare un esempio, contenuto in un vaso si identificherà con l'acqua del lago (Quello) in cui il vaso galleggia: TAT TVAM ASI.

Nel caso dell'acqua contenuta nel vaso fatto galleggiare nel lago, l'acqua contenuta sarà tvam padhartha e l'acqua del lago sarà tat padhartha

Il legame, la copula, il ponte trai due (aikya padartha), ovvero il verbo Essere, sarà "effetto" del processo di trasformazione innescato dalle tecniche (per esempio jahal laksanā, ajahal laksanā bhāga-laksanā.) che hanno svelato il significato implicito della frase " TU SEI QUELLO.