lunedì 13 gennaio 2014

EROS, IL DIO DELL'INIZIO

Non so se succede solo a me, forse lo fanno tutti, chissà, ma ho notato che quando mi metto a studiare qualcosa, dalla Storia dell' Arte, alla Chimica, alla Danza comincio dalla fine.
Vengo attratto dalle novità, gli studi più moderni, le ultime performance(s) poi, pian pianino, mi metto a frugare nel baule dei ricordi.
Viaggio a ritroso, insomma.
Non so perché lo faccio, forse ci vorrebbe qualche buon psicologo per capirlo, ma non è che mi interessi più di tanto e con la psicanalisi, annessi e connessi ho un pessimo rapporto, non mi fido.
Sarà perché la maggior parte dei "dottori dell'anima" che conosco sono più fuori di testa di me.
Comunque sia quando studio e ricerco vado a ritroso: comincio dalla fine e cerco di arrivare all'inizio.
Grazie a questa modalità, non so quanto inusuale, ho scoperto che andando avanti, progredendo, le tecniche e le basi teoriche si complicano.
Alcuni direbbero "si arricchiscono", ma a me pare che si facciano sempre più cervellotiche, astruse, fini a se stesse.
Ho l'impressione che all'inizio comandino il cuore, la passione, l'intuizione che arriva improvvisa come il fulmine d'estate, poi man mano che si va avanti la mente prende il sopravvento e al temporale d'agosto che sorprende e ristora si sostituisce la pioggerella uggiosa dell'autunno metropolitano.
"I veri moderni sono gli antichi" mi ripete spesso Andrea  citando Gino de Dominicis, e penso abbia ragione.
Lo yoga segue le stesse dinamiche della Pittura, della Chimica o della Danza.
Dai testi antichi trasudano una freschezza e una spontaneità, sconosciute agli autori moderni. 
Al cuore si sostituisce la mente, quasi che lo scopo non sia più quello di Essere, ma di costruire fantasmagoriche architetture di idee in una continua quanto assurda competizione con il creatore.
Negli ultimi anni mi sono fatto le chiappe quadrate a studiare centinaia di libri, articoli, opuscoli teoricamente ispirati ai quattro "Veda" della Tradizione indiana.
Ho cominciato a parlare in codice: buddhi, kosha, jnana, asparsa, brahman saguna, brahman nirguna... chi mi stava accanto non capiva una mazza e si preoccupava per la mia salute mentale, ma io, imperterrito continuavo nella speranza di trovare la chiave per aprire quella complicatissima serratura a codice numerico che mi avrebbe spalancato la porta della Verità.

Un giorno, mentre soddisfatto di me annaspavo tra libri, fotocopie, cenere d'incenso e bollette da pagare ho trovato un riferimento ad un verso del Rig Veda, il primo dei quattro libroni indiani: Libro X, capitolo 86, verso 16.
Andiamo a vedere.
Il più famoso e incensato traduttore dei Veda si chiama Griffith, Ralph T.H. Griffith.

Su internet si trovano tutte le sue traduzioni.
Trovo il libro (Mandala) X, il capitolo 86....ma il verso 16 non c'è, e manca anche il verso 17: dal verso 15 si passa direttamente al 18 (provare per credere - "SACRED TEXT").
Strano.
Un errore?
Un testo giunto incompleto?
Ovvio che mi incuriosisco! 
Comincio a cercare su internet, chiedo lumi a Claudio, un mio amico linguista con la fissa del sanscrito e finalmente svelo l'arcano: il testo non è giunto affatto incompleto, né si tratta di un errore, è che, per pudore, Griffith ed altri traduttori, hanno eliminato un paio di versi.
Nei sutra scomparsi Indrani, la moglie del re degli dei, si lamenta delle prestazioni sessuali del coniuge:

 -"Il cazzo dell'impotente ciondola, inutile tra le cosce, quello del potente si rizza e la mia fica pelosa lavora per lui"-

Indrani è una donna schietta.
In un altro brano ci spiega perché è la regina degli dei:

-"Nessuna donna ha un culo più bello del mio! Nessuna donna scopa bene come me! Nessuna donna alza le cosce come me!"-



Immagino che Griffith, figlio di un sacerdote, si sia trovato un po' a disagio e abbia deciso di glissare, e così l'altro traduttore storico dei testi sacri indiani, Friedrich Max Müller, amico della Regina Vittoria.
I due  pensarono fosse cose buona e giusta forzare un pochino le traduzioni strizzando l'occhio da un lato al moralismo vittoriano e dall'altro alla filosofia tedesca.
Niente di male, in fondo, solo che quasi tutti gli studiosi del XX secolo, non solo occidentali, hanno fatto riferimento alle loro opere e, anche nell'affrontare testi diversi dai Veda, hanno usato lo stesso metro: 
glissare sulle parti più imbarazzanti e andare incontro ai gusti e alle mode culturali della loro epoca.
Sicuramente ne sono venute fuori cose interessanti e stimolanti, ma, a son di nascondere, ricucire e interpretare  si è rischiato di smarrire il senso profondo degli insegnamenti vedici.
Per quanto mi riguarda mi sono sentito un po' preso per i fondelli, ma alla fine nel mio animo di complottista, l'idea, entusiasmante, che ci fossero ancora tante cose da scoprire e svelare nella filosofia indiana ha preso il sopravvento...



Prendo un testo che sto leggendo e rileggendo in questi giorni, R.V X-129, il "Canto della Creazione". 
Come riferimento ho preso la traduzione che ne dà una sanscritista tedesca, Maryla Falk ("IL MITO PSICOLOGICO NELL'INDIA ANTICA" - Adelphi Ed.)
L'ho confrontato con varie traduzioni, poi con l'aiuto dei dizionari on line ho provato a ritradurre l'inno per conto mio, parola per parola. 
Vediamolo: 

1) Non c'era l'Essere allora, né c'era il Non Essere.
Non c'era l'atmosfera né c'era la volta celeste al di là di essa: che cosa nascondeva? 
E dove? 
E nel rifugio [intimo] di che? 
Era forse un oceano il profondo abisso?

2) Non c'era morte allora né immortalità e dalla notte non era distinto il giorno. Respirava senza fiato quel qualcosa e al di fuori di esso non c'era nulla.

3) C'era solo l'oscurità. E tutto Questo era un inconsapevole ondeggiare nascosto dall'oscurità.
Quell'immenso che era racchiuso nell'esiguo [spazio del cuore] per la potenza del Tapas nacque.

4) Al di fuori si riversò all'inizio Kama, il desiderio.
La prima cosa a venir fuori dal Manas.
Fu scrutando nel cuore che saggi scoprirono l'identità [il legame] tra Essere e Non Essere.

5) La corda di questi [mondi] è posta di traverso. 
Cosa ci fu al di sopra e cosa ci fu al di sotto? 
Portatori di semi ci furono, e potenze. 
E al di sotto ciò che basta a se stesso, al di sopra la manifestazione.

6) Chi sa? 
Chi potrebbe dire da dove è sorta questa emanazione? 
Gli dei stessi sono venuti dopo la sua emissione, chi lo sa, dunque, da dove essa ebbe origine?

7) Colui che vigila sul creato, anche se avesse disposto lui la manifestazione, forse saprebbe o forse non saprebbe dire da dove ebbe origine la manifestazione.


Mi pare che il testo sia abbastanza chiaro.
All'inizio c'è l'immensità nell'esiguo spazio del cuore. 

La manifestazione ha effettivamente inizio quando dal Manas (parola che di solito viene tradotta con mente, ma qui, come nelle prime upanishad pare indicare soprattutto le emozioni) emerge Kama, il desiderio, Eros per i greci.
Da questa prima emissione si creano i mondi che sono una corda tesa tra un principio statico (colui che basta a se stesso) e un principio dinamico.
Gli Dei e Colui che vigila sul creato (il sole, forse?) vengono dopo, ma neppure loro sanno con certezza da dove provenga la manifestazione. 


L'inno della creazione del Rig Veda  ci dice che tutto nasce dal desiderio, Kama, la prima divinità, la più antica di tutte.
Il Dio creatore dei Purana che dorme sull'Oceano di prima dell'inizio, proviene da questi versi. 
Le tecniche tantriche basate sulle Potenze (le forme della Dea) e suile vibrazioni (i portatori di seme) provengono da questi versi (o viceversa...)

Il concetto buddista di vuoto creativo, da cui insorgono sia gli dei che la manifestazione, proviene da questi versi.
Non c'è nessuna volontà creatrice, nessun demiurgo e se anche ci fosse al poeta del Rig Veda non sembra importare più di tanto. 




Come l'onda di piena porta la vita sulle rive del fiume, Kama, il desiderio, riversandosi al di là dell'oscurità che tutto avvolge crea il mondo e lo sostiene.
Eros è il dio dell'inizio e dietro al suo agire non ci sono disegni complicati, ma solo un'infinita gioia creativa, alogica, amorale  e incomprensibile come la follia d'amore.




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