venerdì 21 marzo 2014

STELLE, PERLE E VELENI: LA PRATICA DELL' YDAM





Se l'uomo vedesse le stelle una volta ogni cento anni conserverebbe il ricordo della città di Dio”.
L'ho letto da qualche parte, una trentina di anni fa.
Lo stupore svela la bellezza, la consuetudine la rende invisibile.
Da bambino, al tramonto, mi chiedevo cosa sarebbe successo se il sole si fermava, un attimo prima di sciogliersi nel mare d'oro.
La meraviglia del principio si sarebbe presto fatta panico.
Astrologi e profeti avrebbero gridato alla fine del mondo o all'arrivo di alieni dalle mani appiccicose, i padroni avrebbero donato soldi e gioielli ai servi, i timidi gridato il loro amore in piazza e mia mamma sarebbe andata a Venezia.
Poi, pian piano, il tempo avrebbe dipinto il prodigio di normalità.
Si abitua a tutto l'essere umano.
Dopo duecento anni mezzogiorno sarebbe stato un ricordo antico e chi avesse parlato di notti stellate un pazzo.
Solo ciò che si trasforma ci interessa: la bellezza dell'eterno, sempre uguale a se stessa non riusciamo proprio ad apprezzarla, forse ci annoia.
Dio è A-logico”, scrive Avalon, infinito come un oceano senza sponde: come potremmo, noi che viviamo di regole e confini, comprendere l'illimitato?
Senza i ricordi e le speranze non ci sarebbero né TU né IO.
E senza la morte, che ci dona la bellezza dell'effimero, lottare per il bene, la gloria, la ricchezza non avrebbe alcun senso.
Dio è oltre la morte, oltre il tempo, oltre lo spazio.
Dio è senza forma, e questo per noi vuol dire il Nulla.
Bisogna prendere confidenza con il vuoto se vogliamo conoscere Dio.
Nella pratica dell' Iṣṭadevatā (Ydam in tibetano), gli si disegna un corpo e lo piazziamo di fronte a noi o nel cuore o sulla testa.
In sanscrito la visualizzazione della divinità si chiama Samayasattva, la promessa dell'essenza.
Jñānasattva, invece, è quando la promessa (samaya) si fa conoscenza (jñāna)
Così come l'Attore, per vie misteriose, fa propri i gesti, le parole, i pensieri di Amleto lo yogin diviene il Dio da lui stesso sognato.
È solo un allenamento, un'educazione alla vacuità, ma ci si può far male.
La prima volta che ho praticato la meditazione sull'Ydam è stato nel 1996, con i monaci Gelugpa, 
La mia compagna di pratica era C.G. una danzatrice della scuola di Pina Bausch.
Ci eravamo seduti l'uno di fronte all'altra, armonizzato il respiro evisualizzato i cakra della tradizione tantrica [loto verde a trentadue petali ai genitali, giallo a sessaquattro petali all'ombelico, blu a otto petali al cuore, rosso a sedici petali alla gola, bianco a trentadue petali alla fronte]. Ad un certo punto senza volerlo, C.G. in forma di Tārā, si ficcò dentro di me e "si mise a curiosare nel mio pantano privato".


Le radici del corpo si indovinano dai tratti del viso: un naso pronunciato, uno zigomo sporgente o un occhio a mandorla ci raccontano storie che non sapremo mai.
È un mercante di ricordi, il volto: ogni tanto, raccatta un sorriso più antico di noi, e i sogni, gli amori, le facce di quelli che ci hanno preceduto, ci fanno compagnia per un tratto di strada.
La forma delle labbra, il colore dei capelli, la forza o la debolezza delle braccia vengono dagli incontri per caso di quelle donne e quegli uomini dai nomi sconosciuti.
Le radici dell'ego traspaiono, invece, dal gesto incontrollato e dalla “voce dal sen fuggita”, i monaci le chiamavano dug lnga, i cinque veleni:
  • ignoranza e stupidità;
  • odio e rabbia;
  • orgoglio e presunzione;
  • invidia e gelosia;
  • avidità e cieca passione.
Ogni nostra azione, ogni nostro pensiero, prende le mosse da quelle “ emozioni negative”, che si incontrano, si sposano, si lasciano come gli antenati di carne.
Ma non è bello da dirsi.
Qui, alla luce, i vigliacchi, i violenti, gli arroganti devono sempre essere gli altri.
Le nostre meschinità le leghiamo a un sasso e le buttiamo giù, nel pantano e se un gesto brusco, una gomma bucata o un temporale estivo le riportano a galla, ci inventiamo dei padri nobili e chiamiamo onore l'orgoglio, giustizia l'odio e amore l'egoismo.
Quando il “dio persona”, l'Ydam, ci entra dentro, afferra le radici dell'ego e ce le sbatte in faccia.
La nostra mente si ritrova nuda, senza alibi, ed è allora che dà il meglio di sé: usa le emozioni negative per creare maschere terrificanti e ci fa credere siano altro da noi.
Sono tanti i libri di yoga che parlano del fenomeno della proiezione, ma una cosa è leggere, un'altra è vedere, all'improvviso, le persone amate mutarsi in mostri.
In stati di alterazione percettiva, per le droghe o le malattie, a volte, le emozioni negative vestono i panni di demoni usciti da chissà dove, troppo brutti per esser veri.
Pensarli frutto della pazzia o della chimica è facile e basta un raggio di sole per scacciarli.
Un abbraccio fraterno, il pianto di un bimbo, una risata improvvisa ci riportano alla “realtà” e loro, i demoni, possono reimmergersi, tranquilli, nel pantano interiore.
La meditazione e l'autoanalisi poi, rinforzano l'anima: se mi fosse apparso un drago rosso, con tre teste e sedici braccia, lo avrei ammansito con il respiro e il sapere dei segni.
Ma la mente è furba, gioca con i dettagli.
Per passare dal sorriso triste alla piega del sarcasmo basta un cambio di luce, e un pensiero, un solo pensiero, può trasformare uno sguardo inquieto in una belva assassina.
Quando C.G. mi entrò dentro provai gioia infinita, amore puro. Il giorno dopo ebbi paura.
Non riuscivo neppure a guardarla negli occhi.
C.G. era sempre la stessa, piccola, dolce magra, occhi color miele: non vedevo squame, né coda, né zampe pelose da fauno, niente.
Però mi faceva paura e dalla paura nasceva la rabbia.
Che strano!
Per spiegarmi cosa era successo Jinpa, il monaco che ci istruiva, fece l'esempio della perla.
All'inizio c'è un'infezione: un parassita, un pezzo di conchiglia, un grumo di sabbia che si infilano nella carne del mollusco.
Per limitare i danni l'animale avvolge l'intruso in decine di strati di madreperla, e dà loro forma sferica, forse perché più facile da espellere.
Il guscio dell'ostrica è l'aspetto esteriore dell'essere umano;
la parte molliccia, le due valve, sono l'interiorità - “Forse i due emisferi del cervello?”- la perla è la personalità, l'ego;
i grumi di sabbia e i pezzi di conchiglia sono, infine, i contenuti psichici legati alle cinque emozioni negative.
La perla non può esistere senza l'ostrica, mentre l'ostrica sarebbe ben felice di starsene a guazzetto senza infezioni.
Tutto molto chiaro, ma si può pensare ad un essere umano privo di ego?




Per la Psicanalisi, la “perla” della personalità è formata da tre strati:
l'Es, il pantano interiore dove galleggiano i contenuti psichici rimossi, l' Ego la parte conscia e il Super Io, il “gendarme” che argina e reprime gli impulsi vitali dell'inconscio.
L'essere umano di Freud rassomiglia a un campo di battaglia, da un lato le forze primordiali, scure e possenti come i Dānava, dall'altro i protettori dell'ordine e della legge, chiari e luminosi come i Deva, in mezzo, a beccarsi bastonate da una parte e dall'altra, il nostro piccolo io.
In teoria non c'è partita: le energie dell'Es sono la natura stessa, l'incredibile potenza che muove stelle e oceani mentre il Super Io da solo non riuscirebbe neppure a soffiar via una foglia morta.
In pratica il gendarme, con la scusa del potere destabilizzante del desiderio, non solo ci convince che è giusto reprimerlo, ma cancella dalla memoria gli eventi che potrebbero farci nascere dubbi in proposito.
Non so se i meccanismi della rimozione abbiano a che fare con i “cinque veleni” del buddismo, ma il fenomeno del Super Io, per come lo descriveva Freud, è comunque intrigante.
Dall'educazione, con le sue dinamiche di punizione e premio scaturirebbe una specie di entità sovrannaturale, un Dio personale che divide le cose in bene e male e con il suo ditone, ti indica un modello ideale, un te stesso bello, bravo e buono secondo i parametri dell'ambiente in cui vivi.
Più ti avvicini all'ideale e meglio stai.
Se ti ci allontani provi angoscia, vergogna, paura.
La pratica dell'Ydam, l'assorbimento quasi fisico di una forma che incarna tutto ciò che di bello e positivo riconosciamo in noi stessi, fa piazza pulita del Super Io e, magari per un istante, ci mostra la parte più antica di noi.
La reazione immediata è di sollievo, ci sembra di essere uno con l'universo, con il cuore straboccante di amore e comprensione verso tutto e tutti.
Poi, piano piano, i “parenti”, le abitudini mentali di una vita, si re-infilano nel vuoto lasciato dalla meditazione e, chiamandoci per nome, ci riportano i piedi per terra chi.
Tārā era entrata in me, mi ero guardato con i suoi occhi e lo spettacolo non mi era piaciuto affatto.
Fossi stato a teatro mi sarei alzato per uscire.
Forse avrei pure cercato di farmi ridare i soldi del biglietto, ma qui il protagonista, quel grottesco bambinone di ottanta chili, con le mutande bagnate e le mani nella marmellata, ero io: come facevo ad andarmene?
Mentre Jinpa parlava scoppiai a piangere.
Non piangevo più dai funerali di mia zia, nel '71.
O forse era il 72?
La sorella di mia mamma morì d'estate.
Si era ammalata dopo un viaggio in Grecia.
Nessuno ci ha mai detto di cosa.
Cominciò a camminare male, gli alluci si erano spostati all'infuori, accavallandosi con le altre dita.
Poi perse il legame tra i nomi e le cose: -“Dammi una sigaretta”- diceva a mia mamma.
La prendeva tra le dita e rimaneva a guardarla per cinque, dieci minuti.
Senza capire cosa fosse e cosa ci dovesse fare.
L'ultima volta che l'ho vista viva era in ospedale.
Sembrava felice, mi raccontò che il purè di patate si era messo a volare e che i palloncini di patate sono belli, più belli degli altri.
La sera del funerale si andò a cena dall'altro fratello di mia mamma.
Mi nascosi in camera con le cugine più piccole.
Sentendo i gemiti mio zio pensò che stessi piangendo, venne a prendermi e mi portò in sala.
Disse che non dovevo vergognarmi, che è giusto piangere quando se ne va una persona cara, anche gli uomini grandi piangono.
Chissà perché il mondo degli adulti è così lontano da quello dei bimbi.
Volevo tornare di là per sentire il profumo dei capelli delle mie cugine e quell'altro odore, quello che mi entrava nel cervello e mi riempiva la bocca di saliva.
Avevo le orecchie bollenti.
I grandi mi guardavano, cominciai a singhiozzare.
C.G. mi baciò sulla fronte.
Non so per quanto si rimase abbracciati.
Sentivo solo il suo respiro che si fondeva nel mio.
Non c'era altro.




Tab. 4 - Emozioni negative
EMOZIONI NEGATIVE
Pañca kleśaviṣa
ELEMENTI DIREZIONI DELLO SPAZIOe E COLORI DHYANI BUDDHA FAMIGLIA MISTICA
Avidyā o Moha.
Ignoranza, ottusità mentale
SPAZIO
CENTRO
(stella polare)
BIANCO
Vairocana
(Tārā bianca)
SAGGEZZA SIMILE ALLO SPAZIO
Hūṃ
Pratigha.
Rabbia, odio, avversione
ACQUA
EST

BLU
Akshobia
(Locanā)
SAGGEZZA DELLO SPECCHIO
Vajra
Īrṣyā.
Invidia, Gelosia
VENTO
NORD

VERDE
Amoghasiddhi
(Tārā verde)
SAGGEZZA DEL CONSEGUIMENTO
Siddhi
Rāga.
passione, desiderio compulsivo, brama
FUOCO
OVEST

ROSSO

Amitābha
(Pandara),
SAGGEZZA DELLA DISCRIMINAZIONE
Padma
Māna.
Orgoglio, arroganza, superbia
TERRA
SUD

GIALLO
Ratnasaṃbhava
(Mamaki)
SAGGEZZA DELL'EQUANIMITÀ
Guru



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