mercoledì 9 aprile 2014

L'AMORE CHE MUTA LO SPAZIO - L'ARTE DELLA VIBRAZIONE



Ho passato una notte agitata.

Dormo tre, quattro ore, di solito, e bene.
Questa notte no.
Mi rotolo nel letto, mi assopisco, mi risveglio intronato da visioni, più che da sogni, e ripiglio a litigare col lenzuolo.
Per gli Hindu era Rama Navami, ultima delle nove notti di Durga, e a un certo punto ho  pensato che la Dea fosse venuta a farmi visita.
Per tutta la mattina ho avuto le gambe molli, anzi mi pareva proprio di non averle le gambe.
Non mi sono preoccupato.
Sono stati  di alterazione che conosco bene.
L'importante è far finta di niente. 
Vediamo...Chiacchiero con la suora in autobus (Roma è piena di suore) "Ma Papa Francesco è straordinario!", fingo di leggere i messaggi al cellulare, rovisto nella borsa del pc in cerca di chissà che.
La suora mi sorride e una bimba con le lentiggini mi chiede se ho perso qualcosa. 
E vai! sembro normale o quasi.
Scendo e faccio un tratto a piedi, si fa per dire. Sentirsi un fantasma è una roba strana. Mi avveleno col cappuccino dei "tre sardi" e un cornetto annegato nel burro. Tanto in questo stato non sento niente.
Mi sento quasi a posto, ma alla cassa mi devo mordere la lingua, mi sta per uscire il mantra.
Sorrido mentre il Nome mi comincia a vibrare nella gola nelle orecchie, nella testa.
invece di parlare annuisco, devo proprio sembrare un deficiente! Pago e mi fiondo in palestra.
Gli allievi arrivano alle dieci, ho quasi un'ora.
Mi siedo e sprofondo.
L'Amore muta lo spazio. Lo fa denso, e la carne, di contro, sembra pronta a scappar via da un momento all'altro, per volare, da Lei.
L'Amore muta il tempo, il bacio di 100 anni fa ti fa socchiudere le labbra ora. Da qualche  giorno il desiderio, mai sopito, per una Donna antica, amata una o dieci vite  fa, mi graffiava la pancia.
In questa, di vita, è una donna di sogno, la fantasia di un poeta sciocco.
Così ho deciso di tagliare i fili, di lasciarla volar via, come lo spettro innamorato delle storie di fantasmi cinesi.
L'assenza è diventata canto.
Il canto della Dea.
La divinità, per lo Yoga è una vibrazione. 
E la vibrazione crea un onda che modifica lo spazio e si accorda con altre onde in cerca di armonia.
Spesso, ho parlato di evocazione come di un visualizzare l'Amata (ishtadevata) per farla entrare nella pelle, le ossa, le viscere, fino a sentirne la voce dal di dentro, dalle acque scure e meravigliose dell'inconscio.


Qui è diverso.
La Dea è uscita dalla pelle, la carne le ossa, ma si è fatta spazio.
 Il suono si è fatto spazio.
Si evoca la Dea perché risuoni dentro di te, facendo vibrare la tua corda coscenziale.
Quando l'ho invitata ad uscire mi aspettavo, improvvisa, la Quiete.
La lucida e piacevole calma di cui parlano i testi, quella che nasce dall'integrarsi delle emozioni primarie con la loro immagine allo specchio.
E invece il mio corpo si è fatto cavo, quasi fosse lo stampo della Dea, e Lei ha riempito il Tutto.
Il suo canto non viene più da dentro.
Ogni cosa vibra del suo nome.
Non vedo più dentro di me, i suoi occhi color del cielo, ma il Cielo è i suoi occhi.
L'Amore muta lo spazio.
Muta anche lo spazio interiore, non lo sapevo.
Un guscio d'uovo è il corpo, ma ciò che preme alla vita non è in me, ma al di fuori di me.






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