lunedì 30 marzo 2015

LASCIARE LA PRESA: IL GIOCO DELLE MASCHERE

"Lasciare la presa, cioè l'impugnatura della spada, ha vari significati.
Può voler dire vincere senza la spada.
Può voler dire essere incapaci di vincere senza la tachi,
è difficile descrivere questa tecnica." 


Il dodicesimo giorno del quinto mese del secondo anno dell'era Shoho
Shinmen Musashi 





La giusta azione è "lasciare la presa".
Difficile da comprendere.
Una storia che mi affascina e che forse può aiutare a capire cosa significhi "lasciare la presa"  è quella del "Nano cosmico" (
 l'ho letta per la prima volta in un libro di Zimmer, "Miti e Simboli dell'India")
il nano cosmico, nato 
dalla madre degli Dei, Aditi, è Vamana, quinto avatar di Vishnu.  Nei Purana si  racconta che, un giorno, il "Narayana" viene svegliato dal suo sonno sul mare nero dell'inizio. Un Asura, un malvagio Re del Mondo, dopo aver  spodestato  gli dei  si sta appropriando dell'essenza vitale di tutti gli esseri viventi.
Vishnu scende sulla terra e si presenta al demone sotto forma di un bambino rachitico, con un ombrellino, credo giallo, in mano. 




Una specie di nano da circo.
Con la sua vocetta, flebile e sgraziata, chiede al re del Mondo di fargli un favore e questi, divertito da quella caricatura di uomo, acconsente di buon grado.
-"Vorrei che tu mi concedessi tanta terra quanto ne possa coprire con tre dei miei passi"- disse il nanetto.
-"Tre passettini?"- pensò il titano annuendo -"Ma quanto mi diverte  questo nanetto! Gli regalerò un paio di mattonelle della sala del mio palazzo" -
Il nanetto cominciò ad espandersi a crescere, immenso come il monte Meru, superò le nubi e infine  Vishnu si manifestò sottò forma di un gigantesco guerriero.
Con il primo passo raggiunse la luna,
Col secondo tutti i pianeti
Con il terzo fece ritorno nel palazzo del titano e lo schiacciò  sotto il peso del suo piede.
Perché, mi domando, Vishnu non si manifesta immediatamente come guerriero cosmico e prende a ceffoni il demone?

Perché non può farlo
.


Ho lavorato parecchio con le maschere, in teatro.
E' bello.
Nel Noh giapponese si usano maschere bellissime, con gli occhi così piccoli da rendere l'attore che le indossa quasi cieco.
Nel kathakali si usa il trucco, invece, ma il senso è lo stesso.
In italia c'era la commedia dell'arte che all'inizio, anche se pare strano era sacra.
Arlecchino per esempio è "Hell Koenig", l'Imperatore dell'Inferno.
Anche quando fa il buffone conserva il bastone del comando (batoccio) e il corno tagliato della "bestia". 



Le maschere italiane, prima di Strehler ("Arlecchino Servitore di due Padroni" uno spettacolo che è entrato nella storia del teatro del '900), avevano gli occhi piccoli piccoli, come quelle del Noh.
L'attore si muoveva seguendo i suoni e le poche luci che intravedeva e questo lo metteva in una condizione di alterità.
Lavorare con le maschere è un'esperienza inquietante: se indossi quella di un demone o di un eroe, il corpo, condizionato dalle linee del "suo" volto ,sovrapposto al tuo, ne assume, automaticamente i gesti e la postura e tu cominci a muoverti, parlare e pensare, più o meno, come ha previsto il fabbricante della maschera.
Vishnu non può far altro che agire, parlare e pensare come il bambino rachitico. Non importante se è, assieme, l'attore e il fabbricante di maschere...
Questo significa lasciare la presa: indossare la maschera che la vita ha costruito per noi fino alla fine dello spettacolo.
Solo allora, il vero Sé può manifestarsi e svelare che attore, regista e palcoscenico sono sempre e solo un unico essere.

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