sabato 5 settembre 2015

ADVAITA VEDANTA: LO YOGA DEL VERME ED IL PROBLEMA DEL LINGUAGGIO



Sarà che non mi interessavo più dell'argomento da qualche anno.
Sarà che sempre più maestri neo advaita si avventurano in Italia, ma mi pare che l'interesse verso la filosofia di Shankara negli ultimi tempi si sia risvegliato.
Nei simposi, nei forum di yoga, nelle conferenze e negli stage si parla sempre più spesso di Advaita Vedanta e si discute spesso di Jnana Yoga, Karma Yoga e di differenza trai vari "Marga" o sentieri. A volte vecchi e nuovi "esperti" azzardano anche delle interpretazioni, brillanti o bizzarre delle Upanishad o della Bhagavat Gita.
Mi sembra una cosa buona e giusta, però vorrei però mettere in evidenza il problema del linguaggio...








Lavoro sul corpo, pratico e insegno da quarant'anni e, naturalmente, sono molto più a mio agio con articolazioni, muscoli, sistema respiratorio che con le disquisizioni filosofiche basate sui testi ( o sulle interpretazioni dei testi fatte da altri...).
Però dal 1996 al 2006 ho studiato con molta attenzione (direi con devozione) i testi buddisti (soprattutto del buddismo tibetano) e dal 2006 al 2012 sempre con molta attenzione (devozione, direi anche in questo caso) ho studiato i testi dell'Advaita Vedanta.
Per evitare inutili polemiche e non generare altrettanto inutili discussioni, dirò che non sto parlando di iniziazioni, insegnamenti diretti ed esperienze non ordinarie.
Vorrei parlare di testi e di parole scritte con altre parole scritte.
Quello che credo di aver capito in questi anni di studio approfondito è che c'è una certa confusione sul significato dei concetti di karma o jnana o vidya dovuta ad un mutamento di significato, forse voluto, forse casuale, delle parole chiave.
Questo karma yoga di cui si parla spesso ad esempio, è karma yoga o kārma yoga? Sarebbe meglio controllare nei testi antichi, translitterati in IAST o ASCII, perché, anche se kārma (con l'accento diacritico= AA) può essere considerato un aggettivo relativo a karma (azione, attività) e, quindi, essere tradotto con laborioso.
 Pare (ovviamente potrei sbagliare...ma ne dubito) che per gli autori dei testi antichi la parola kārma avesse altri significati tra cui (ho preso la definizione da un dizionario online, Spoken Sanskrit così chi vuole può verificare facilmente) "appartenente ad un verme" (kṛmi). 

Lo "yoga del verme" sarebbe lo yoga dei riti, nei quali l'officiante deve compiere "azioni esteriori" (sacrifici, recitazione di mantra, mudra, canti) e contemporaneamente applicare le "kriya" ovvero le "azioni interiori" tese a smuovere le energie visualizzate come "fluidi con la stessa densità del mercurio del termometro" (un immagine che usavano Satyananda e Shivananda), vermi, insomma.
Chi volesse verificare può cercare chandogya upanishad III,1, 4 - VI, 10, 1 e seguenti.
In quel testo si parla con dovizia di particolari delle kriya (kriyāvantaḥ e kriyāvān) intese come le tecniche di "sacrificio interno" necessarie per giungere all'identità con lo yākṣa brahman secondo gli insegnamenti dell'unico ṛṣi cioè kaśyapa.
Troppo cervellotico e difficile da capire? 
Probabilmente si, ma credo sarebbe interessante approfondire.
Gli yākṣa sono gli spiriti che gestiscono i segreti della terra (come gli gnomi e i folletti...) e kaśyapa non è proprio un sacerdote o un veggente, ma è Acharya Canada il più grande scienziato del primo millennio a.C., colui che ha teorizzato e misurato la forza di gravità 2.600 anni prima di Galileo.



Secondo me se si mettono insieme:
1) Il Brahman degli spiriti della Terra;
2) la forza di gravità.
3) i vermi (fluidi corporei e non solo) che vengono 
(4)"sacrificati" per entrare in identità con il brahman degli spiriti della terra, viene fuori un'idea del karma yoga un pochino diversa da quella che ne abbiamo e di cui, di solito, parliamo.

Karma Yoga è diventato per noi lo yoga del "lavorare senza attendersi frutti" mentre per i testi vedici era esattamente il contrario: lo yoga delle "tecniche per ottenere dei frutti".
Lo slittamento semantico, il cambio di significato di una parola o di un concetto, è cosa abbastanza normale.
Vagina ad esempio, significa fodero, ma se vado da una ragazza con un coltello e le dico che bisogna infilarlo nella vagina non credo la piglierebbe troppo bene.
La parola ha cambiato significato.
Ciò non toglie che, se trovassimo un testo in latino in cui la parola vagina viene utilizzata propriamente nel senso di fodero di un pugnale o di una spada, e traducessimo con "organo sessuale femminile" saremmo degli idioti.
Giusto?
Ben vengano le discussioni su jnana yoga e karma yoga tra vecchi e nuovi esperti di advaita vedanta ( tra parentesi: Shankara non dice da nessuna parte che la sua filosofia è advaita vedanta, lui la chiama uttara mimansa o mayavada....) ma facciamo attenzione a non mescolare i significati che diamo adesso a quelle parole con quelli che avevano all'epoca in cui sono state scritte le upanishad, se no si rischia di far la figura di quelli che traducono fodero con vagina o fischi con fiaschi.

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