venerdì 22 dicembre 2017

SHIVA E SHAKTI, LA LUNA E IL FUOCO








Shiva Ardhanari.

I due sposi divini uniti in un’unica forma (disegno di paolo Proietti)



La Via del Sesso per gli yogin, è la via maestra, la più alta e sublime, per riscoprirsi Uno con l'Universo.
Per noi occidentali invece diviene spesso un sentiero tortuoso, pieno di trabocchetti, false piste e botole segrete che non portano da nessuna parte.
Gli insegnamenti di kāma sono così lontani dalla nostra cultura che spesso, per evitare danni, i maestri indiani e tibetani preferiscono negarne l'esistenza o attribuir loro la patente di immoralità e perversione. A giudicare da quel che si legge in giro non è che abbiano tutti i torti: la sublime Via di Eros divino spesso viene degradata a una serie di tecniche per "scopare meglio", "durare di più", "avere più orgasmi", che, insomma...non è che siano cose negative, anzi, ma non sono le finalità ultime del Tantra.

Perché è così difficile comprendere gli insegnamenti tantrici?



Sicuramente l'atteggiamento morboso che abbiamo nei confronti del sesso giocano un ruolo importante.In secondo luogo bisogna tener conto della mistificazione e della manipolazione (o addirittura la riscrittura) dei testi tantrici, operata, a partire dal XVII secolo, dai missionari cristiani sbarcati al seguito della Compagnie delle Indie e, in seguito, dai traduttori di epoca vittoriana, ma il problema principale, secondo me, sta nelle nostre categorie mentali, nella nostra "tecnica del pensare".Gli occidentali, sono abituati a leggere i moti dell’animo, le dinamiche sociali e la realtà fisica sulla base delle teorie freudiane e junghiane.




Gli Dei, ad esempio, per noi saranno indiscutibilmente “Archetipi” e interpreteremo l’intera manifestazione come il rapporto tra due energie complementari, una femminile/passiva e ad una maschile/attiva.

Si è vero, per la cultura di matrice cristiana anche un principio Assoluto privo di connotazione di forma e genere, ma lo abbiamo allontanato dalla natura, relegandolo nella sfera metafisica, e lasciando a noi stessi la dualità come unico possibile punto di vista sulla Manifestazione.




Il Femminile,per noi, è la Luna, la Madre, l’Acqua, il Cerchio, il Cucchiaio e così via.

Il Maschile è invece il Sole, il Padre, il Fuoco. la Linea Retta, il Coltello….ci sembra così ovvio, da pensare che si tratti di una verità ontologica, valida per gli esseri umani di ogni luogo e di ogni tempo.




Purtroppo per noi gli antichi yogin ed i poeti dei Veda la pensavano in maniera diversa.




I loro Dei sono persone, in carne ed ossa, che nascono, vivono e muoiono, esattamente come noi e il loro Universo è regolato da tre forze non complementari: Fuoco, Sole e Luna.




Il Fuoco è una “forma” della Dea suprema, detta anche Śakti, Kuṇḍalinī, Durgā o Bhagavatī, e rappresenta l'energia attiva, il “soggetto che conosce” (o “che gode”: conoscenza e godimento sono sinonimi nel tantrismo) senza il quale, di fatto, non potrebbero esistere né Sole né Luna.


Il Sole, che indica l'azione del conoscere e del godere, è, invece una coppia di divinità Kāma e la sua Sposa Kāmeśvarī, anche se spesso, in dipinti e sculture lo si trova rappresentato dalla sola parte femminile essendo Kāma "anaṅga" ovvero “incorporeo”, “privo di parti”, “simile all'etere”.


La Luna, infine è il Dio Śiva , il “Corpo dell'Universo”, ovvero l'oggetto di conoscenza, o di godimento.




Per noi, abituati a vederlo come simbolo vivente della virilità (il suo emblema è il pene in erezione) è quasi impossibile identificare Śiva con la Luna

Da sempre, vediamo nel satellite argentato l’archetipo della femminilità, così come nel Sole riconosciamo il principio maschile, eppure non c’è possibilità di equivoco, tutta l'iconografia legata a Śiva ci parla della sua natura "lunare": ha la pelle bluastra, un spicchio d’argento trai capelli, gli zampilla acqua dalla testa (la Luna influenza le maree) vive trai ghiacci (la luce lunare non riscalda) e quando non balla o medita, giace cadavere, bianco come la neve, sotto la sua Sposa (il Fuoco!) che cerca di rianimarlo.




Śiva è la Luna, e, cosa per noi ancora più strana, in qualità di maschio, nel Sesso Sacro, interpreta il ruolo, passivo, dell’oggetto di godimento. L’inversione (rispetto a ciò che noi comunemente crediamo) delle energie e delle qualità maschili e femminili, è una delle caratteristiche principali delle tecniche sessuali.




“il maschio deve farsi femmina” – dicono spesso i maestri tantrici e taoisti – “ la femmina maschio ed entrambi siano femmine rispetto all'assoluto”.









LA DIVORATRICE DEL TEMPO

I canali energetici (nāḍī) e, le energie sottili.














Se, come dice il Tantra, il Microcosmo (corpo umano) e il Macrocosmo (Universo) sono in identità, le tre Energie che danno vita alla manifestazione si ripresenteranno tali e quali nel corpo fisico.

Nella fisiologia yoga, si parla di 72.000 canali (nāḍī), lungo i quali scorrono senza posa le Energie della Vita (vāyu ).




La prima, fondamentale, parte della pratica del Tantra Yoga, consiste nella percezione della circolazione di queste energie nelle nāḍī.




In una fase successiva si impara invece ad utilizzare queste energie indirizzandole nei tre canali fondamentali, corrispondenti, appunto, a Fuoco, Sole e Luna.




Nella parte sinistra del corpo, legata all’emisfero celebrale destro, troviamo Iḍā, il canale "lunare" in cui scorre energia fresca color bianco argento, o azzurra,, assimilata allo sperma e al latte materno.

A destra (emisfero celebrale sinistro) c’è piṅgala canale "solare", in cui scorre energia calda color rosso bruno, assimilata al sangue mestruale.




Il canale centrale, corrispondente al Fuoco, in cui scorre energia giallo oro, è chiamato suṣumṇā[1].




Vediamo cosa dice, a proposito delle tre nāḍī principali, uno dei testi più famosi dello yoga, lo Haṭhayogapradīpikā[2]:



"Sole e Luna regolano il tempo in forma di giorno e di notte.

Suṣumṇā nāḍī divora il tempo.

Vi ho rivelato il segreto più profondo: l'importanza suprema di suṣumṇā.

In questo corpo ci sono 72.000 nadi.

Tra questi suṣumṇā è la consorte di Śiva.

Tutto il resto è privo di significato".

(Haṭhayogapradīpikā, IV, 17-18):



Il versetto è parecchio interessante e, ad interpretarlo bene, può svelarci alcuni misteri, veri o presunti, dello Yoga tantrico.




Il Tempo (o meglio: la percezione dello scorrere del Tempo) , creato dai ritmi alterni della Luna (Iḍā/ Śiva/oggetto di godimento) e del Sole (Ppiṅgala/Kāma/atto sessuale), viene “divorato” dall’energia che scorre nel canale mediano detto Suṣumṇā, il Fuoco..




Il Fuoco è identificato, con a Sposa di Śiva (per curiosità uno dei significatio attribuibili alla parola Suṣumṇā è "naturalmente molto graziosa").




Divorare il Tempo significa arrestarne il fluire, annullandore la differenza tra passato, presente e futuro, in altre parole nella Dea, e nella Donna che ne è incarnazione, si nasconde il segreto dell’Immortalità.
















Indra, Śiva, Viṣṇu e Brahmā pregano la Dea Madre di svelar loro il segreto della Creazione.

La Dea risponde alle richieste dei quattro Dei bevendo sangue (mestruale) e suonando la Vīṇā, il più antico strumento a corde indiano, derivato dall’arpa egizia chiamata “Bin”. L’immagine esprime sia l’impossibilità del maschio di accedere ai segreti della creazione senza la Donna, sia la correlazione esistente tra la manifestazione e le vibrazioni sonore.







KRAMAMUDRA, IL SIGILLO DEGLI AMANTI



“Gli organi della vista, dell'udito, del gusto e dell'olfatto risiedono in modo sottile nella terra e negli altri elementi che appartengono a livelli di realtà inferiori, e il più elevato non va al di là dello stadio dell'illusione (māyātattva), mentre il tatto risiede al livello superiore dell'energia, in quanto sensazione sottile ineffabile a cui lo yogin aspira senza sosta; questo contatto sfocia infatti in una coscienza identica al puro firmamento, che brilla di luce propria”. Abhinavagupta - Tantraloka XI, 29-33

Il tatto, per i tantrici, è il principe dei sensi .
Tutte le pratiche si basano sul "sentire", ovvero sul percepire il flusso di energie sottili, dove sottile va inteso nel senso letterale del termine: il flusso che scorre nei canali energetici (rappresentati graficamente come i petali dei cakra) viene descritto nei testi come "più sottile di un capello".

La sensibilità necessaria per le pratiche tantriche è quella, febbrile, della madre che avverte con i capezzoli il bisogno di latte del bambino prima ancora di udirne il pianto. Una sensibilità che è legata alla dolcezza, alla leggerezza, all'ascolto interiore. 

Tutto ciò che invece è connesso al possesso, alla brama di potere, all'invidia, alla gelosia diviene un'ostacolo perché crea quella che Abhinavagupta definisce "rugosità" (vedi Tantraloka XXVIII). 

La rugosità è sinonimo di contrazione, di blocchi che impediscono la libera espansione della coscienza.
I due amanti devono essere disposti ad annullarsi l'una nell'altro fino a fondersi in ciò che è definito kramamudrā, un termine tecnico che sta ad indicare l'insorgere di una vibrazione non volontaria dei corpi, il ritmo, alternato nell'uomo e nella donna, dell'assorbimento e dell'emergenza della coscienza di cui la penetrazione è una rappresentazione sul piano grossolano.

Kramamudrā è una specie di danza dei ventri una vibrazione sottile che partendo dall'ombelico (il muscolo puboccogigeo più probabilmente) mette in moto tutto l'asse dei diaframmi corporei ( pelvico, urogenitale, toracico, gola, palato molle), ed è il sintomo della risalita di kuṇḍalinī. 

Non si può imitare e non si può ricercare volontariamente: deve insorgere (parola che ricorre spesso nei testi) naturalmente, così come insorgono i gesti e i sospiri di piacere degli amanti. 

Detto così sembra facile, il problema nasce dalle strutture mentali degli occidentali che nella maggior parte dei casi, sono incapaci di liberarsi dai vincoli morali e culturali affidandosi completamente al sentire e al godere. 

La sensazione della risalita di kuṇḍalinī nelle pratiche sessuali è così sottile, dolce che basta un pensiero tra virgolette "negativo" per far "ridiscendere l'energia.

La frase FAR RIDISCENDERE L'ENERGIA non è una metafora.
Ecco un altro problema degli occidentali: spesso l'approccio con lo yoga è viziato dalle due tendenze eguali e di senso contrario, della devozione e della speculazione filosofica. 

L'approccio devozionale , per come lo intendo io, è quello che ti fa accettare per vere senza muovere un ciglio, le spiegazioni più assurde di tecniche e fenomeni. 

Per approccio filosofico intendo invece l'abitudine a interpretare i simboli e le immagini come metafore di qualcosa d'altro altrimenti inesprimibile. 
Bisogna tener conto che il tantra è un qualcosa di eminentemente pratico, basato sull'esperienza. 

Se si parla di un cakra, ad esempio il cakra della Gola, bisogna vederlo come una tavola anatomica e non come il simbolo di chissà quale verità metafisica. Ogni petalo indica una nadi ovvero un canale energetico, sottile come un capello, attraverso il quale si muovono le energie che SONO SEMPRE E COMUNQUE kuṇḍalinī, e le lettere iscritte nei petali ci danno la frequenza delle energie che scorrono in quelle nadi. 

Il triangolo centrale inscritto nel cakra ha una precisa corrispondenza sia nella fisiologia sottile (proiezione del KAMAKALA) sia nell'anatomia occidentale (ugola).

Il pericarpo (centro) è una sezione della VIA MEDIANA (interno della colonna), la sillaba che è iscritta al centro (HAṂ nel caso del cakra della gola) sta ad indicare la frequenza che "attiva" le energie dei singoli petali. 

Da ogni loto poi emanano i marīci o raggi luminosi.
Se le sillabe iscritte nei petali rappresentano le NOTE FONDAMENTALI della manifestazione, i marīci identificati a seconda delle scuole con una serie di divinità o con i "muni", combinandosi tra loro danno vita a tutte le possibili varianti dell'esistenza sia universale che individuale. 



La conoscenza dei marīci è fondamentale per il lavoro sulle energie sottili e per la comprensione dell'identità tra microcosmo e macrocosmo.

Sono 360 come i gradi dell'eclittica e i giorni dell'anno lunare e sono divisi in questo modo




FUOCO - 118 RAGGI:

Mūlādhāra, plesso del perineo - 56 raggi,

Svadhiṣṭhāna, plesso dei genitali - 62 raggi.



SOLE - 106 RAGGI:

Maṇipūra, plesso dell’ombelico - 52 raggi,

Anāhata, plesso del cuore - 54 raggi.



LUNA - 136 RAGGI:

Viśuddha, plesso della gola - 72 raggi,

Ājñā,plesso della fronte - 64 raggi.



I 360 marīci sono i raggi irradiati dalle Dea, e danno vita alle stagioni, agli stadi della vita, alle emozioni, i pensieri ecc. Ecc..

E marīci è anche il nome della Dea nell'atto di irradiare la manifestazione.

I tibetani la chiamano Ozer Chenma (Regina di luce) ovvero TARA.

Nello stato tra virgolette "normale" dell'essere umano, la RADIANZA della Dea in forma di marīci si disperde in tutte le attività di "CORPO/PAROLA/MENTE" , ma quando si scatena il desiderio sessuale i raggi si dirigono verso la "RUOTA CENTRALE", il cakra dell'ombelico, i cui dieci petali rappresentano i canali in cui scorrono i dieci "soffi vitali" fondamentali.

Il calore legato all'accendersi del desiderio così come il rossore delle guance, il turgore delle labbra, la maggior morbidezza della pelle e delle articolazioni, sono gli effetti della concentrazione delle energie "radianti" nel maṇipūra cakra.

E' Kuṇḍalinī che viene risvegliata dalla forza del desiderio. 

Le energie tendono a ridiscendere verso i cakra inferiori per dar luogo all'unione sessuale e all'emissione, l'orgasmo, che rappresenta un momento di "assorbimento" (samadhi) di uno o di entrambi gli amanti.

Anche nel caso di rapporti ripetuti e del rinnovarsi del desiderio, l’unione sessuale segue sempre la stessa dinamica: eccitazione (sguardi, carezze, baci....) - cambio della percezione –penetrazione - emissione. Può accadere, a volte di percepire un'attimo prima dell'orgasmo, una specie di lampo, una luce CHIARA, come la definiscono i buddisti, e questa chiara luce è la visione della radianza della dea. 

Per un istante gli amanti, o uno dei due, si immergono completamente in quella luce e nel suono che accompagna l'emissione (rappresentati nel tantra dalla sillaba aḥ ) perdendo il senso del tempo, dello spazio e dell'individualità. Ma si tratta appunto di un istante: kuṇḍalinī, si risveglia, attiva tutti gli organi del corpo e quindi ridiscende per assopirsi nuovamente dopo l'emissione, detta dai Tantrici "VELENO". 

Il lavoro che si compie nel tantrismo sessuale è quello di mantenere l'attenzione nello spazio tra la nascita del Desiderio e il Veleno, aumentando progressivamente l'eccitazione di kuṇḍalinī mediante processi definiti di FRIZIONE ed EFFERVESCENZA, fino ad alimentare sempre di più le energie delle dieci nadi del cakra dell'ombelico.

Ad un certo punto, nell'alternarsi di eccitazione/assorbimento nell'altro e riposo/assorbimento in sé, l'energia accumulata nella "RUOTA CENTRALE" è così potente da far "drizzare kuṇḍalinī (che prima di allora si muoveva a spirale) come un bastone". I venti o soffi vitali dell'ombelico assumono quindi il ruolo di "PORTATORI DI BASTONE" e vengono rappresentati pittoricamente come due servi intenti a far vento ai due amanti o alla Dea o al Tridente del Dio.

Nelle tecniche tantriche finalizzate a trasformare il rapporto sessuale nell'unione mistica con la divinità, bisogna apprendere l'Arte di raccogliere la "RADIANZA" della Dea nell'ombelico per permetterne la risalita. In altre parole si deve procedere alla trasformazione e al reindirizzamente dell'energia vitale, detta ojas ed alla sua utilizzazione consapevole da parte di entrambi gli amanti per raggiungere uno stato che potremmo definire di samadhi vigile, o samadhi stabilizzato.

Nella pratica per non disperdere l’energia con l’emissione, l’uomo deve combattere la tendenza ad accelerare il rtmo della penetrazione.

La donna invece deve resistere all’impulso di contrarre i muscoli delle cosce, delle braccia e delle spalle,Ogni volta che i due amanti sentono avvicinarsi l’eiaculazione maschile, devono ritornare all’ascolto della respirazione e alla percezione delle energie sottili dei cakra.

Dopo un po’ la sensazione di calore e pienezza della zona genitale, nell’uomo, comincia a spostarsi nella zona del sacro, trasformandosi in un sottile formicolio o in una leggera corrente elettrica. 

A questo punto deve visualizzare il pene all’interno della vagina. Quando la visualizzazione è corretta si percepisce un’ulteriore ondata di energia, assai leggera, che scorre nella zona inferiore del prepuzio, nel perineo e nell ano.

La visualizzazione successiva sarà quella di un tubo sottile e trasparente che dal glande si infila nel sacro e, scorrendo lungo la colonna vertebrale, arriva fino alla nuca.

L’energia tenderà a risalire naturalmente e ci si dovrà limitare ad assecondare il movimento naturale della “respirazione ossea” spostando leggermente il sacro indietro e il mento in avanti inspirando e distendendo i muscoli della nuca espirando.

La nostra compagna, percepito il cambio di ritmo, visualizzerà a sua volta un tubo sottile e trasparente che dal punto tra le sopracciglia risale alla fontanella per poi ridiscendere fino alla vagina.

La visualizzazione di solito è accompagnata da una sensazione di piacevole calore “vibrante” alla fronte e al petto.

Se si è in uno stato di “vigilanza” si può far circolare l’energia in questo modo:

- L’uomo inspirando conduce l’energia dal sacro al punto centrale delle scapole, in corrispondenza con il cuore. Espirando la conduce al punto in mezzo alla fronte e da lì alla bocca.

- La donna inspirando conduce l’energia dalla bocca al centro delle scapole (passando per il punto in mezzo alla fronte, la fontanella e la nuca). Ed espirando, dal cuore, la porta direttamente al pene del compagno.










[1] Credo sia opportuno ribadire, ancora una volta, la diversità tra il nostro sistema di interpretazione della realtà e quello tantrico: per lo yoga il  lato destro del corpo umano, collegato all'emisfero celebrale sinistro (il cervello "ingegnere") è la  parte  tra virgolette, “femminile” e “attiva”, mentre  il lato sinistro, collegato all'emisfero celebrale destro  (il cervello "poeta") è sempre tra virgolette, la parte “maschile”, e “passiva”.
[2] Haṭhayoga Pradīpikā è un testo di Haṭhayoga attribuito a Svātmārāma, discepolo di Gorakhnāth (XV sec.).  

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