martedì 9 gennaio 2018

ESTASI E CONOSCENZA - SOGNI LUCIDI



L’INVERSIONE DELL’ACQUA E DEL FUOCO
Sogni lucidi
(tratto da "Estasi e Conoscenza",di Paolo Proietti e Laura Nalin. Edizioni Aldenia, Firenze 2018)

“In alto la dimora del Fuoco.
In basso la dimora dell’Acqua.”
(Morihei Ueshiba)



Rimasi in contatto con i monaci Gelugpa fino al 2000, poi più niente, sparirono dalla mia vita improvvisamente, così come vi erano entrati. Mi dissero che Dhosam era stato nominato Ghesce[1] e si era trasferito in un monastero in Vermont. Di Jinpa non ho più avuto notizie.
Nel 2010 feci un sogno strano, un sogno lucido. Era stato Jinpa, nel 1996, ad insegnarmi a distinguere i “Sogni Veri”, come li chiamava lui, dai frutti dell’immaginazione: quando sei testimone e attore del sogno e puoi vedere te stesso come fossi il protagonista di un film puoi star sicuro che si tratta di una fantasia ricostruita dalla mente. Se hai invece una percezione di te stesso come nel mondo di veglia si tratta di un ricordo o, comunque, di un qualcosa che può rivelarsi importante per il tuo cammino spirituale.
Nel mio sogno ero lucido, sapevo di sognare, ma, come nella vita ordinaria, potevo vedere di me stesso, abbassando lo sguardo, solo il naso, le braccia, e la parte davanti del corpo. Ero vestito come un monaco tibetano e mi stavo inerpicando su un sentiero di montagna insieme ad una ragazzina, anche lei con la tunica amaranto. Non sembrava tibetana.
Aveva la pelle scura, ma i lineamenti erano quelli delle donne Thai, con le labbra carnose, gli zigomi alti e gli occhi grandi e scuri. I capelli erano ricci, e scomposti, cosa che nel sogno mi sembrava normale, ma, a ripensarci era parecchio bizzarra (quando mai si è vista una orientale con i riccioli?). Stavamo scherzando in una lingua che non conosco. La terra era rossastra, e anche le rocce. Arrivati all’entrata di una grotta, sento i lamenti del nostro maestro (nel sogno sapevo che era lui) e qui il ricordo si fa confuso. Qualcuno lo aveva ferito, c’era un coltello, strano, con la lama larga e ricurva. Il mio io di sogno era furibondo. Prendo il coltello e colpisco una roccia che, a sorpresa si apre in due come un’ostrica. Dentro ci sono le immagini di noi tre, il maestro, la ragazza ed io, nelle vite precedenti, sempre insieme. Il maestro a volte aveva la barba bianca e i capelli lunghi come i guru dei santini, altre era calvo, ma era sempre lo stesso. Ricordo di aver sentito degli spari. Esco dalla grotta e mi trovo davanti un sacco di soldati vestiti come gli esploratori dei fumetti dell’Uomo Mascherato. Parlano in inglese. Distinguo le parole Young Husband, giovane marito. Sparano. L’ultima immagine che ho prima di svegliarmi è quella di una specie di castello con le mura bianche e i tetti rossi.
A quei tempi seguivo gli insegnamenti dell’Advaita Vedanta sotto la guida di Premadharma, un personaggio stravagante, amico personale dello Śaṅkarācārya[2] di Kanci. Lo definivo “il mio riferimento”, come si usava dire allora. Gli telefonai per raccontargli il sogno e lui dopo avermi fatto la solita ramanzina - “le vite presenti e passate sono un’apparenza fenomenica… I sogni non esistono…L’unica realtà è il Brahman…mantieni stabilmente la mente sul Brahman…” - mi disse che, quando avrebbe trovato il tempo, mi avrebbe scritto. La mail arrivò dopo un paio di giorni. Le parole di PD erano, come sempre bellissime, ma non certo di immediata comprensione:
- “Si usava un tempo legare un fratello e una sorella per la vita. “- scriveva Premadharma - “Si attuava l'inversione fra fuoco e acqua.
Era uno dei primi passi per la completezza.
Ma solo se questa completezza doveva essere applicata.
Era un evento raro.
Attuare l'inversione.
Essere acqua, trovarne l'essenza acciaio, tornare alla madre e da questa al padre.
E questo si dissolve verso l'alto per tornare come acqua.
Il cerchio è perfezione, è punto.
Lo percorro in un senso o nell'altro.
Se sei il cerchio sei il centro.
Se sei il centro sei il cerchio.
Non c'è "una" via, ci sono tutte le vie sul cerchio.
La spada serve per entrare nel cerchio dove non serve più alcuna spada.
Sguaino la spada, non cerco il suo bersaglio, non sono l'artefice del movimento, è la spada che mi muove, è la spada che è uscita dal fodero.
E' nel cerchio che crea che mi trovo, uscire ed entrare dal fodero.
L'inizio e la fine coincidono, nel loro coincidere "giace" l'intero universo lungo il cerchio creato.
La spada entra nel fodero. La spada esce dal fodero.
Da quell'unico fodero escono mille spade.
Quell'unica spada entra in mille foderi.
L'uno e il molteplice.
Eppure sono una spada e un fodero nel presente.
E sono sempre uno in ogni presente.
Nel divenire essi sono mille e mille che si incontrano tutti non a caso.
Ma sono sempre la spada, fatta di un'anima e di un fodero.” –



IL GIOVANE MARITO E IL MASSACRO DI GURU
L’ipotesi della reincarnazione

“La spada entra nel fodero. La spada esce dal fodero.
Da quell'unico fodero escono mille spade.
Quell'unica spada entra in mille foderi.”
(Premadharma, maggio 2010)



Se la vita “è il sogno sognato da un dio che dorme”, come dicono i poeti indiani, le vere o presunte vite precedenti sono un sogno al quadrato. Perdere tempo ed energie ad inseguire improbabili tracce di esistenze passate, per un ricercatore, è attività inutile, se non dannosa. L’ho sempre detto ai miei allievi, però la ragazzina con i capelli ricci, la conchiglia delle incarnazioni e il castello bianco continuavano a graffiarmi le sinapsi. Feci una ricerca immagini su Google, Tibet + castello, e, lo so che può sembrare assurdo, trovai immediatamente la fortezza bianca con i tetti rossi che avevo sognato: il Gyantse Dzong, o Fortezza di Gyantse. Ero emozionato, in barba all’atteggiamento distaccato che mi aveva suggerito di assumere PD, e quando lessi la storia del Castello Bianco cominciai a dondolarmi sulla sedia come un bimbo che sta per aprire i regali di natale.

Nel 1904 le truppe anglo-indiane agli ordini di Francis Edward Younghusband (Young Husband!) erano entrati in Tibet, avevano occupato il Gyantse Dzong e prima di marciare verso Lhasa avevano pensato bene di massacrare migliaia di monaci tibetani.
Quando, continuando le ricerche scoprii che la guardia scelta di Younghusband era formata da Gurkha nepalesi, e che molti monaci erano stati sgozzati con i loro Kukri, gli strani coltelli dalla lama ricurva uguali uguali a quello del mio sogno, non ebbi più dubbi.
I ricordi di vite precedenti, i déjà vu, le precognizioni possono essere spiegate in decine di maniere diverse, senza bisogno di aggrapparsi al paranormale o al Misticismo Quantico tanto di moda ai nostri tempi. Forse avevo visto e dimenticato qualche documentario da bambino, o magari avevo sfogliato distrattamente qualche rivista tipo “Storia Illustrata” che parlava del “massacro di Guru” (nome con cui sono ricordate le gesta di Younghusband), ma in quel momento ero intimamente convinto di essere la reincarnazione di un monaco tantrico ucciso nel 1904.
Quando sfioriamo la dimensione magica si entra in uno stato alterato. Una semplice assonanza di parole, o un vago sentore di familiarità si trasforma in coincidenza significativa e tutti gli eventi singolari, strani o inspiegabili che la mente bambina ha accatastato nella memoria in attesa di risposte, improvvisamente si legano tra di loro seguendo una logica che, magari solo per noi, assume l’aspetto della verità incontrovertibile.
Ma la ragazzina con i ricci e la faccia da dea birmana che fine aveva fatto?
- “Si usava un tempo legare un fratello e una sorella per la vita. “-  aveva scritto PD - “Si attuava l'inversione fra fuoco e acqua. Era uno dei primi passi per la completezza. Ma solo se questa completezza doveva essere applicata. Era un evento raro. ”-






[1] Il termine Ghesce indica un maestro di Dharma. In tibetano significa «dottore in studi buddhisti», ed è comunemente usato nella scuola Gelugpa. Considerato il più alto titolo di studio possibile, viene conseguito dopo quindici o venticinque anni di studio, secondo la specializzazione che il candidato desidera conseguire. Comprende tre livelli: Dorampa, Tsogrampa e Lharampa.
[2] Śaṅkarācārya, "maestro Shankara", è il titolo con il quale sono chiamati i capi dei quattro monasteri che la tradizione Advaita vuole fondati da Adi Shankara e per tale motivo considerati le più alte autorità spirituali dell'Induismo.
Il primo Shankaracharya della storia fu - secondo la tradizione induista - lo stesso Adi Shankara che fondò in India quattro monasteri (detti matha o mutt) in corrispondenza dei quattro punti cardinali:
A nord il monastero di Joshimath detto Jyotish Peetham o Uttaramnaya matha “monastero del nord");
A est il monastero di Puri detto Govardhan Peetham o Purvamnaya matha “monastero dell'est");
A ovest il monastero di Dwarka detto Sharada Peetham o Paschimamnaya matha ("monastero dell'ovest");
A sud il monastero di Sringeri detto anch'esso Sharada Peetham o Dakshinamnaya matha (“monastero del sud").
A questi quattro monasteri originari si è aggiunto in seguito quello di Kanchi dove, secondo la tradizione locale, sarebbe morto Adi Shankara.

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