venerdì 2 marzo 2018

LO STAGNO DI SHAMATHA OVVERO "MA QUANTI ILLUMINATI CI SONO? "


Ogni settimana, per mail o su Facebook, ricevo almeno 5, 6 inviti per partecipare a corsi, ritiri e conferenze in cui insegnanti di varia provenienza e nazionalità insegnano a "Realizzare il Sè".
Trovo la cosa molto bella, ma mi chiedo:
Possibile che ai nostri giorni ci siano così tanti maestri illuminati?
Già, perché è ovvio che chi insegna a realizzare il Sè dovrà a sua volta averlo realizzato.
O sbaglio?
Se uno insegna a nuotare si suppone che sappia nuotare, se insegna a cantare si suppone che sabbia cantare, se insegna a illuminarsi si suppone che sia un illuminato.
Il numero, eccezionale, di illuminati di cui mi propongono i corsi,le conferenze e i "Satsang" mi ha incuriosito assai.
Tra il XIX secolo e il XX secolo i maestri realizzati universalmente riconosciuti come tali, si contavano sulla punta delle dita di una mano, Ramakrishna, Siddha Sadhak Shri Bam Dev, Ramana Maharishi, Sai Baba di Shirdi...Perchè ai nostri giorni sono centinaia?
Dipenderà dall'alimentazione? 
Dipenderà dai cicli cosmici? 
Ho fatto delle ricerche sugli ultimi maestri di cui mi hanno consigliato di seguire gli insegnamenti e ho notato una cosa strana.
Tra i molti realizzati del XXI secolo ci sono commercialisti, criminologi, psicologi, traduttori e ricercatori universitari ma, a quanto posso giudicare dagli inviti che mi arrivano, non c'è un solo yogin.
In pratica uno fa il commercialista per trent'anni poi improvvisamente si illumina e comincia ad insegnare il Sanatan Dharma come Patanjali o Buddha Shakyamuni
Porca miseria....chi come me ha passato la vita a mettersi a gambe incrociate, fare japa e studiare i testi classici,se non fosse uno yogin creperebbe d'invidia, ma del resto la Luce arriva dove vuole lei...Giusto?

Per togliermi lo sfizio sono andato ad incontrare un paio di maestri illuminati contemporanei e ho letto i libri e gli articoli di una decina di altri.
In genere mi hanno dato l'impressione di essere delle brave persone, in buona fede, ma quello che dicevano mi sembrava un pochino banale.
probabilmente dipenderà da nodi irrisolti (granthi) della mia persona.
Comunque sia non è che mi abbiano convinto molto.
Non farò nomi ovviamente, ma ricordo di un maestro che continuava a ripetere "Io sono il vuoto, io sono te ma anche no" e ne ricordo un altro che in venti minuti di discorso sull'annichilimento dell'ego ha pronunciato 47 volte la parola IO "Io eil mio maestro in India" , "Io che studiato così tanto","Io che ho aiutato decine di bambini indiani delle caste inferiori" , "io...."

Un'altra cosa che ho notato è che i nuovi illuminati fanno molti riferimenti letterari provenienti, in gran parte, da "ispired talks " di swami Vivekananda, da "Autobiografia di uno yogi" di Yogananda, da "Io sono quello" di Nisargadatta e dai discorsi di Jiddhu krishnamurti, ma sembra che non conoscano assolutamente Gorakhnanth, Shri Bam Dev o Mahendra Baba, ovvero maestri di cui l'editoria occidentale non si è mai interessata.

Possibile che un illuminato abbia una visione limitata dai best seller?
Certo che si....tutto è possibile.

Comunque sia nella mia limitatezza, ho cominciato a pensare che esista la possibilità che questi nuovi maestri illuminati abbiano avuto delle esperienze reali, per loro sconvolgenti, che fanno parte del normale percorso dello Yoga di patanjali e dello yoga buddhista, ma, non avendo esperienza di Yoga, abbiano preso quelle esperienze per la realizzazione finale.

Un mio antico "riferimento tradizionale", come si faceva chiamare, definiva questi casi "realizzazioni parziali".

Per chiarire: se uno ha le spalle contratte da una vita e improvvisamente si sciolgono avrà la sensazione di volare. Sarà felice e per generosità cercherà di insegnare a tutti a "volare".
Anche a coloro che non hanno mai avuto le spalle bloccate.

In genere, dall'idea che mi sono fatto leggendo, ascoltando e osservando, credo che vi sia la possibilità che un gran numero dei nuovi illuminati abbia esperito ciò che viene definito nello yoga Shamatha e abbiano confuso questo stato con la realizzazione del Sè..

Shamatha (शमथ śamatha), Scinè e Rujing sono parole che in Sanscrito, in tibetano e in cinese indicano la stessa cosa: uno stato psicofisico di piacevole rilassamento attivo, nel quale immergersi prima di praticare lo Yoga o le tecniche psicofisiche cinesi (Qi Gong Nei dan e Taiji Quan, per esempio).
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In genere nelle scuole di Yoga se ne parla poco, e se qualche allievo zelante ne chiede notizie si risponde con il sorriso buddhico d'ordinanza (che non fa mai male) o con dei gran giri di parole vuote.

La ragione del silenzio che circonda Shanmatha è semplice assai: parlarne con chiarezza significherebbe rischiare di urtare la sensibilità di molti praticanti, e di vedere, ahimè, ridotto drasticamente il numero di allievi.


Descrivere Shamatha a parole è difficile.
Qualcuno lo traduce con Quiete, altri con Silenzio Interiore.
Gli Hathayogin usano al suo posto a volte,la parola Sukha ("piacere", "delizia" ), ma la triste verità è che Shamatha si può solo sperimentare e se non lo si sperimenta non otterremo nessun risultato dalla pratica.

Hai voglia te, ad annodarti le gambe e passare le ore a testa in giù.
Hai voglia a chiuderti le narici una alla volta e trattenere il fiato.
Hai voglia a ripetere diecimila volte un mantra o a passare le ore ad ascoltare il flusso dei pensieri!

Se non pratico nello stato di Shamatha non otterrò un fico secco, a parte qualche  benefico effetto sul corpo e sulla psiche che arriverebbe anche se ballassi il Mambo o giocassi a freccette con costanza.


La ritrosia di molti maestri ed insegnanti a parlare di Shamatha ha portato secondo me  a questa  proliferazione di nuovi "illuminati":.
Trattandosi di una condizione non rarissima ma nemmeno comune, chi la sperimenta senza mai averne sentito parlare la identifica con la Realizzazione di cui parlano i testi antichi e, in buona fede, immagina di essere un grande Guru, un santo o un Unto dal signore.

Un fenomeno non recentissimo, tanto è vero che persino Milarepa, il grande yogin tibetano, metteva in guardia contro le illusioni realizzazioni:

 "Se ti fermi allo stagno di Shamatha non vedrai mai sbocciare il fiore di Vipassana"





Non si può raccontare a parole cosa sia Shamatha, però gli antichi maestri ci danno una mano indicando una serie di ostacoli da superare (per sperimentare Shamatha) e i metodi con cui superarli.


Parlano di cinque ostacoli principali:




1) Pigrizia.


2) Oblio.


3) Torpore e agitazione mentale.


4) Incapacità di applicare i metodi per superare gli ostacoli, dovuta a ignoranza o impedimenti fisici.


5) Eccesso di disciplina, ovvero la rigidità e la "tendenza ad applicare i metodi per superare gli ostacoli anche quando non è necessario".






La pigrizia è abbastanza facile da riconoscere.
Supponiamo che un istruttore mi abbia insegnato un mantra da ripetere 108 volte o una serie di asana.
I primi tempi sarò entusiasta e svolgerò i compitini come uno studente modello.
Poi piano piano l'entusiasmo si smorza e la mia mente troverà sempre nuove scuse per non praticare: il figlio che piange, i problemi del lavoro, il mal di schiena, ecc. ecc. finché trovare un quarto d'ora, mezz'ora al giorno per praticare diventerà difficilissimo e ci troveremo a rimandare al giorno dopo o ad aspettare che le condizioni siano propizie...



L'oblio ,nella pratica dello yoga, è più difficile da inquadrare.
E' un fenomeno stravagante.
Si vivono esperienze particolari, eccitanti ed emozionanti e improvvisamente ce ne dimentichiamo.
Alcuni ne parlano come di una necessità (Gli dedica un paio di pagine anche Borges nell'Aleph).


Le esperienze di cui sto parlando fanno parte del percorso dello yogin e sono dovute allo scioglimenti di determinati blocchi o contenuti psichici.
A volte la risoluzione dei contenuti psichici (ottenibile con i mantra, con gli asana, con la meditazione o con l'uso di particolari sostanze chimiche) è definitiva.
Più di frequente è una condizione temporanea.
Esempio: faccio un periodo di ritiro o uno stage intensivo e percepisco lo scioglimento dei nodi come fenomeno psico-fisico. Un'esperienza assai forte, una vera e propria intrusione del Divino nella vita quotidiana.
Ritornato nel mio ambiente lentamente le abitudini prendono il sopravvento e dimentico quella intrusione nel divino che mi era apparsa tanto appagante, quella sensazione di luminosa pienezza che avevo avvertito durante la pratica.
In poco tempo torno a vivere iin uno stato di confusione, quello stato, consueto per i più, in cui avverto continuamente un disagio, un ansia di irrisolutezza che mi impediscono di essere felice.





Il torpore e l'agitazione mentale sono gli stati che ci dominano prima e dopo l'oblio.






L'incapacità di applicare i rimedi
è dovuta più che all'ignoranza ,alla volontà di non sciogliere definitivamente i blocchi psicofisici.
I blocchi rappresentano la nostra personalità, ciò che chiamiamo Ego. Se ci identifichiamo con la nostra personalità, sciogliere i blocchi significherebbe sciogliere noi stessi, morire in un certo senso, e chi ce lo fa fare di Morire in piedi? Mica siamo scemi!
E così tecniche tutto sommato semplici per ricordarsi di sé, come il sedersi a contare le respirazioni o l'osservare la radice dei pensieri, o il concentrarsi su determinati processi fisici, quando sono conosciuti, non vengono applicati a causa della volontà di mantenere integri i contenuti egotici nei quali ci riconosciamo.


L'eccesso di disciplina nasce invece dalla paura di lasciarsi andare.



Il fine ultimo dello yoga è il dispiegare le ali e gettarsi a volo di rondine nell'abisso dell'Essere.
Un viaggio senza sostegni, senza appigli, senza mappe né punti di riferimento.
Le tecniche operative, i mantra, le letture dei maestri, gli atti di devozione divengono talvolta delle scialuppe di salvataggio e finiscono per sostituire la vera pratica dello yoga, che consiste nel lasciarsi andare,nell'arrendersi.




I rimedi , le maniera per superare questi ostacoli si possono riassumere in 8 categorie:


1) La Fede-fiducia, ovvero la consapevolezza di esistere e di non vivere in quello stato che ci spetterebbe per la nostra dignità di esseri umani unita alla fiducia nelle parole di chi, come Buddha Shakyamuni, Lao Tzu o Milarepa afferma sia possibile uscire dall'ansia di incompiutezza che ci affligge


2)L'Aspirazione alla Realizzazione, ovvero il desiderio di realizzare quello stato di cui hanno raccontato Buddha, Lao Tzu od altri.


3) L'Entusiasmo e la Gioia, ovvero la gioia del praticare, l'amore per il "lavoro" e la condivisione con gli altri.


4))La Flessibilità, ovvero l'elasticità di corpo e mente, l'imparare che , Mente, Parola e Corpo sono una cosa sola e che , una volta messa a fuoco l'aspirazione alla realizzazione, si fanno docili strumenti nelle nostre mani.


5) Il Ricordo di Sé, ovvero l'elaborare una serie di tecniche fisiche o psichiche per riportare la mente a quegli stati vissuti in certi momenti della pratica.
La ritualizzazione della pratica degli asana, della meditazione, della recitazione dei mantra.
La creazione, seppur per pochi istanti, di uno spazio sacro in cui ritrovare la propria natura, la propria essenza.


6) L'Introspezione, la capacità di analizzare i propri pensieri, di leggere le vere motivazioni delle nostre azioni riconoscendo nelle nostre "emozioni negative" (rabbia, invidia ecc.) ciò che ci impedisce di lasciar riposare la mente nel suo stato naturale e insieme ciò che ci identifica come persone.
(Basterebbero pochi minuti al giorno, pochi attimi di riflessione e di osservazione delle proprie pulsioni, desideri, paure e di come questi siano le sorgenti del nostro agire)


7) La Conoscenza dei metodi per allontanare gli ostacoli e la capacità/possibilità di applicarli (in altre parole bisogna studiare i testi tradizionali....)




8) La Stabilità: ovvero, una volta sperimentato Shamatha, il riconoscere lo stato meditativo e il tentare di riportarlo nella vita quotidiana, così come si riconosce quel particolare stato di rilassamento attivo che ci permettere di assumere posizioni particolari senza rigidità e senza sforzo.


I rimedi, se applicati costantemente condurrebbero alla stabilizzazione di Shamatha, alla vera pratica e, quindi allo sviluppo di una serie di poteri che possiamo definire come:


1) il Potere dell'Ascolto.


2) Il Potere della Contemplazione.


3) Il Potere della Presenza.


4)Il Potere dell'Auto-osservazione (esperienza del testimone)


5) Il Potere della Gioia che implica, per i buddhisti la capacità di dedicare la pratica al bene di tutti gli esseri senzienti.


6) il Potere della Familiarità, ovvero il prendere confidenza con certi stati psico fisici fino all'ottenimento dello stato definito non dualità.



Se si esaminano uno per uno i cinque ostacoli sarà facile riconoscerli negli atteggiamenti che, in varie fasi del nostro percorso abbiamo assunto o assumono i nostri compagni di viaggio.
L'Oblio, che coglie coloro hanno condiviso con noi certe esperienze, è, per me il più doloroso.
Lo yoga, per come lo intendo io, è amore, amore che nulla pretende, dialogo tra cuore e cuore .
Quando si innesta la dinamica dell'Incontro, dell'accordo armonico tra coscienze, si trasfigurano il volto e il corpo. Si trasformano lo spazio e il tempo
L'ego si annichilisce nell'ansia di unirsi all'amato, colui (colei) che sta condividendo con noi l'Esperienza.
Esperienza con la E maiuscola, l'esperienza della trasmutazione.
Il Fuoco divino sopito in noi, viene risvegliato ed è luce e calore.
E' un fuoco sacro che va alimentato con moderazione.
Se divampasse, raccontano le storie antiche, si rischierebbe di bruciare e risolversi gli uni negli altri, di svanire prima del tempo.
Se lo si trascurasse si spegnerebbe, lasciandoci, nel tempo, solo un vago ricordo, come un sogno sognato in un sogno.


Dei cinque ostacoli di cui parla il buddhismo mahayana
( 1) Pigrizia. 2) Oblio. 3) Torpore e agitazione mentale. 4) L'incapacità di applicare i metodi per superare gli ostacoli, dovuta a ignoranza o altro. 5) L'eccesso di disciplina)


Ne riconosco, in me solo quattro.
In certi momenti sono stato pigro, in altri la mia mente è caduta in uno stato di incontenibile agitazione, un ansia incomprensibile.


Un paio di volte mi sono trovato solo a dover affrontare certi stati di alterazione percettiva senza saper come controllarli, come ritrovare quella parvenza di normalità che permette di sopravvivere in un mondo che lascia pochi spazi all'intrusione del divino nella vita quotidiana.


Altre ancora mi sono auto imposto, sconsideratamente, regole troppo dure e quel che è peggio ho cercato di imporle a chi viveva con me.


Ma l'oblio, mi pare proprio che non mi appartenga.


Ricordo di aver sentito la mia vita come fosse scissa, in maniera quasi schizofrenica, tra sogno e veglia, e ricordo di aver vissuto la creazione di un ponte tra le due diverse sponde, con stati psichici e fisici di cui solo dopo avrei letto sui libri, istanti in cui , per magia, gesti divini e danze sconosciute scuotono il corpo e si sa senza sapere.


Lo yoga è il tentativo di integrare quelli stati nella vita di tutti i giorni e di rendere fermo e stabile il ricordo di quegli istanti


L'esperienza del Bello è effimera, come la goccia di rugiada che si fa perla al sole del mattino e insolita, come il fiore che nasce sullo scoglio.
Va integrata nella vita di tutti giorni.
Rimanere in quello stato di quieta leggerezza chiamata Shamatha spesso si fa limite.
Ci si sente scemi. Non si ha voglia né di andare avanti né di tornare a terra.
La foglia che danza verso terra o l'onda del mare ci rapiscono e ci si fa foglia e onda.
Ci si sente soli, a volte, ma talvolta accade, per magia, che altri si trovino con noi nell'attimo in cui i due mondi si uniscono e le due luci si fondono nei colori antichi del crepuscolo.


E allora i loro occhi sono i miei occhi, il loro cuore è la mia musica, io sono loro.


Se si vive sul ponte di prima dell'inizio, a metà strada tra il sogno e la veglia, senza la gioia dell'Incontro che senso avrebbe continuare a parlare, discutere, studiare, insegnare?
La bellezza è effimera e insolita. La bellezza è una modalità che corpo e mente possono imparare.


In molti gli istanti di bellezza, l'unione dei cuori, il darsi senza nulla pretendere, vengono, giustamente, per sopravvivere, presi e assorbiti
E dimenticati. L'oblio è come la neve, stempera suoni e colori.
Chi non è capace di oblio, nel riconoscere nello sguardo altrui il crepuscolo che inghiotte e protegge, sente , a volte, nascere in sé dolore e nostalgia.




La nostalgia del cielo.

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