martedì 1 maggio 2018

SATYA, LA LUCE DEVASTANTE DELLA VERITÀ


Domenica, al corso di Formazione di Citra Yoga, abbiamo fatto un approfondimento su uno dei cinque Yama di Patañjali, Satya. Di solito si traduce con verità, ma penso che abbia sfumature diverse. Per introdurne il concetto di Satya ho scelto la definizione di una maestra indiana, Vimala Thakar:

"Satya è essere coerenti con la verità che si è compresa. 
Comunicare i fatti senza colorare le parole con motivazioni proprie"

Per Vimala, Satya è ciò che Svami Vivekananda negli Ispired Talks definiva "assenza di malizia".
Le reazioni e le riflessioni di alcuni allievi mi hanno colpito assai per laloro profondità (è bellissimo scoprire quanto si possa imparare insegnando...).
Penso che il merito sia della chiarezza di Vimala.
La frase "Satya è comunicare i fatti senza colorare le parole con motivazioni proprie" difficilmente si può prestare a interpretazioni  filosofiche, allegoriche o teologiche; è auto-evidente e, se riportata all'esperienza personale di ognuno di noi, può avere dei risultati meravigliosi e, insieme, devastanti.

Lo so, in apparenza si tratta di un insegnamento assai banale: se vedo un gatto nero che attraversa la strada dico "Un gatto nero sta attraversando la strada", niente di più e niente di meno.
Giusto?
Ma se riportiamo l'insegnamento di Vimala e di Vivekananda nella sfera delle relazioni sociali vedremo che la faccenda si complica maledettamente.

Un chiaro esempio di "Malizia" (nel senso  che gli attribuisce Vivekananda) è il monologo di Antonio nel Giulio Cesare di Shakespeare.
Riassumo un po' i fatti:
Bruto, figlio adottivo di Cesare,  in disaccordo con la politica del patrigno, decide di ucciderlo insieme ad altri congiurati, giustificando l'assassinio con una serie di accuse (Cesare era ambizioso, era diventato un Tiranno ecc.ecc.)
Antonio, che vuol disfarsi a sua volta di Bruto e dei congiurati, fa un discorso al funerale di Cesare che è un capolavoro di malizia.
Sentite che dice:


"Io vengo a seppellire Cesare, non a lodarlo.
Il male che l’uomo fa vive oltre di lui.
Il bene sovente, rimane sepolto con le sue ossa… e sia così di Cesare.
Il nobile Bruto vi ha detto che Cesare era ambizioso. 
Grave colpa se ciò fosse vero e Cesare con grave pena l’avrebbe scontata.
Ora io con il consenso di Bruto e degli altri, poiché Bruto è uomo d’onore, e anche gli altri, tutti, tutti uomini d’onore…
Io vengo a parlarvi di Cesare morto.
Era mio amico. Fedele giusto con me… anche se Bruto afferma che era ambizioso e Bruto è uomo d’onore.
Si è vero. Sul pianto dei miseri Cesare lacrimava.
Un ambizioso dovrebbe avere scorza più dura di questa.
E tuttavia sostiene Bruto che egli era ambizioso e Bruto è uomo d’onore.
Si è anche vero che tutti voi mi avete visto alle feste dei Lupercali tre volte offrire a Cesare la corona di Re e Cesare tre volte rifiutarla. 
Era ambizione la sua?
E tuttavia è Bruto ad affermare che egli era ambizioso e Bruto, voi lo sapete, è uomo d’onore.
Io non vengo qui a smentire Bruto ma soltanto a riferirvi quello che io so.
Tutti voi amaste Cesare un tempo, non senza causa. 
Quale causa vi vieta oggi di piangerlo? [...]
Soltanto fino a ieri la parola di Cesare scuoteva il mondo e ora giace qui in questa bara e non c’è un solo uomo che sia così miserabile da dovergli il rispetto, signori.
Signori, se io venissi qui per scuotere il vostro cuore, la vostra mente, per muovervi all'ira alla sedizione farei torto a Bruto, torto a Cassio, uomini d’onore, come sapete.
No, no. Non farò loro un tal torto. Oh… preferirei farlo a me stesso, a questo morto, a voi, piuttosto che a uomini d’onore quali essi sono".

Vedete con quale abilità Antonio distrugge Bruto fingendo di tesserne le lodi?
"Bruto è un uomo d'onore", ripete continuamente, trasformando le parole di stima in una scura cortina di dubbi e di accuse che finirà per soffocare il suo avversario.

Sicuramente Shakespeare conosceva bene le dinamiche dell'animo umano.
Ma, viene da dire,  che c'entra questo con lo Yoga?
C'entra, c'entra.
Da quando la pratica dello yoga si è mescolata alle tecniche derivanti dalla Psicologia umanistica, dallo Human Potential movement, dalla PNL, la tecnica retorica di Antonio, un tempo usata solo nei tribunali e nelle arene politiche, è divenuta di uso comune, assumendo una valenza positiva.

L'abitudine a controllare o trasformare le parole per "far passare meglio un messaggio", unita ad una generale tendenza all'autoindulgenza ha portato anche nel mondo dello yoga ad allontanarsi sempre di più dall'originale significato di Satya.

Quante volte parlando di nostri colleghi insegnanti di yoga o di allievi che spiccano per la curiosità, l'abilità fisica o la capacità di approfondire i testi, abbiamo colorato le parole con motivazioni personali?

Secondo me moltissime, ma visto che questo genere di malizia ha assunto connotati positivi oramai non ci facciamo più caso.

Avete mai detto cose del tipo:

"Quant'è bravo XX! un vero maestro! certo che non è molto empatico vero? ma siccome è bravo gli si perdona tutto!"

"Quant'è bella YY! Guardate come assume quell'asana! Certo che lo sa di essere  bella...vero?"

"Che grande insegnante che è Bikram! certo che le donne gli piacciono un po' troppo...vero?"

"Osho? Ha scritto cose profondissime...ma...non sarà che è uscito un po' di testa alla fine?"

Esaltare la grandezza e la bravura di un altro praticante, insegnante o maestro, diventa spesso un modo per tentare di affievolirne la luce.
L'insieme delle motivazioni con cui coloriamo le parole si trasforma in una cortina che potrebbe finire per soffocare coloro che nonostante le nostre dimostrazioni di affetto e la nostra ammirazione, sono avversari del nostro ego.

E cosa peggiore, essendo la malizia (sempre in senso vivekandiano) diventata di uso comune, non ci rendiamo nemmeno conto del male che facciamo.

Già, male...perché   un insegnante di yoga dovrebbe cercare di far risplendere la luce altrui. Dovrebbe insegnare agli allievi a coltivare e sviluppare i propri talenti.
Se non lo fa perde un'occasione che potrebbe essere unica.

Satya è la limpidezza del pensiero e delle parole. Se riuscissimo a pronunciare parole che non lasciano spazio ai dubbi e cominciassimo a resistere alla tentazione di interpretare le parole altrui sulla base delle nostre conoscenze filosofiche, psicologiche, simboliche, forse, in certi ambienti, faremmo la figura degli stupidi, ma secondo me faremo un gigantesco passo in avanti nella pratica dello Yoga, l'arte di recidere le radici della sofferenza ( B.G. VI, 23).

Non è facile quanto sembra. La luce di Satya è devastante.
Se proviamo a comunicare "senza colorare le parole con le nostre motivazioni" e analizziamo quelle motivazioni che sembra insorgano spontaneamente, potremmo fare delle scoperte imbarazzanti per la nostra autostima.


Se le yogini di Yoga Undressed "Brave sono brave...però dai..." sarà perché le riteniamo affette da esibizionismo molesto o perché invidiamo (o bramiamo) i loro corpi perfetti?

Se quell'insegnante  che ci racconta la Baghavad Gita è "Bravo eh! molto preparato...però che noia..." sarà perché lui non ha il dono della sintesi o perché ci ha  mostrato la nostra scarsa preparazione?

Vi propongo un esercizio, che può sembrare assai stupido se confrontato con lo studio di una complicata sequenza di asana o su una meditazione sulla pace del mondo.
Provate, per un'ora al giorno,
1) a parlare senza colorare le vostre affermazioni con la vernice del dubbio ovvero a dire esattamente cosa pensate (oppure a tacere).
2) ad ascoltare le parole altrui per ciò che sono, senza interpretarle dal punto di vista psicologico o simbolico.

Credo che per la maggior parte delle persone  sia una delle pratiche più faticose che si possa proporre.

Provate durante  una serata tra amici, dove abbondano le battute e i doppi sensi sono consuetudine  e provate a dire solo ciò che credete opportuno eliminando i pensieri obliqui (oppure tacendo) e a interpretare le parole altrui solo in senso letterale.

Vi prenderanno sicuramente per un idiota o interpreteranno i vostri silenzi e le vostre parole come frutto di arroganza odi un personalissimo senso dell'umorismo, ma alla fine  scoprirete, credo, che si tratta di una stupenda tecnica di pulizia, che potrebbe, forse, aprirci alla reale comprensione di Satya.









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